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Milano

Padre Dall’Oglio, la capacità di entrare nel cuore delle persone

Il coraggio, l'apertura al dialogo con l'Islam, la tensione all'accoglienza dell'altro: tratti caratteristici del gesuita scomparso in Siria dieci anni fa, di cui si è parlato in Cattolica alla presentazione del libro a lui dedicato

di Annamaria BRACCINI

6 Ottobre 2023
Al centro, padre Paolo Dall'Oglio

Il testamento di un uomo forte e coraggioso che, forse – molti ancora lo sperano – non è morto, anche se da dieci anni è scomparso nel nulla nella sua amatissima Siria, una seconda patria, dove il monastero di Deir Mar Musa – da lui recuperato, nel vero senso della parola, pietra su pietra – è divenuto negli anni un luogo famoso nel mondo di accoglienza e dialogo tra Cristianesimo e Islam. Padre Paolo Dall’Oglio, gesuita, classe 1954, rapito il 29 luglio 2013 da Raqqa – dove era tornato quasi clandestinamente per favorire la liberazione di due vescovi siro greco ortodossi e due sacerdoti -, nella memoria di chi ne coltiva l’eredità spirituale è vivo. Anzi, più che mai vivo di quella vita che i molti partecipanti alla presentazione del volume Il mio testamento presso l’Università Cattolica hanno ripercorso in un incontro intenso di emozioni. Oltre a tanti amici di Dall’Oglio, presenti anche alcuni giovani siriani, il Moderator Curiae monsignor Carlo Azzimonti e la direttrice di Itl Libri Maria Teresa Antognazza.

Tra il pubblico presente anche il Moderator Curiae monsignor Azzimonti

L’attrazione per l’Oriente

Frutto di una serie di conferenze inedite tenute da padre Paolo in arabo a Mar Musa tra il novembre 2011 e il giugno 2012, il volume porta la prefazione di papa Francesco ed è stato curato dal giornalista svizzero Luigi Maffezzoli, con la traduzione dei testi e le note di Elena Bolognesi che ha condotto la serata, in cui è stata annunciata anche la scelta di pubblicare entro il 2024 altri due saggi con scritti del religioso.

L’intervento di Elena Bolognesi

Proprio Maffezzoli ha delineato il carisma di Dall’Oglio, secondo quelli che ha definito tre aspetti caratteristici: «Paolo fu attratto, fin da giovane, dal vicino Oriente, dalla Terra Santa, dal mondo arabo. Credente in Cristo innamorato dell’Islam, volle ricostruire un antico monastero in Siria, dalla quale fu espulso nel 2012. Ma proprio per il rapporto che aveva con il mondo islamico si è sentito in dovere di tornare in quel Paese che tanto amava – ha sottolineato -. Entrava nel cuore profondo delle persone e questo testamento permette, sia ai cristiani, sia ai musulmani, di cogliere contenuti importanti. È un documento rivolto alla Chiesa tutta, alla comunità che ancora non è stata percorsa da un vero dialogo con l’Islam in un cammino di redenzione che riguarda entrambe le fedi. La prefazione di papa Francesco è come una risposta all’appello che Paolo gli rivolse per chiedere di intercedere per la fine della guerra in Siria, ma che rimase senza risposta perché il 29 luglio lui scomparve».

L’intervento di Luigi Maffezzoli

Sapeva di rischiare la vita

Una sorta di risposta commovente, come scrive appunto il Santo Padre nella prefazione, così come piene di umanità sono le parole di una delle sorelle del gesuita, Francesca, giunta per l’occasione da Roma per richiamare tanti episodi della vita del fratello, come quando, da bambino, preparandosi ai sacramenti della Comunione e della Cresima, fu portato dai genitori a La Verna e desiderò sdraiarsi sul giaciglio di San Francesco. «A posteriori – ha proseguito la sorella – vedo chiaro che la dimensione della fede in famiglia, con la tensione conciliare, l’attenzione agli altri, l’esperienza scout, ma anche la naja negli Alpini e la formazione dai Gesuiti, lo hanno plasmato nella vocazione vissuta con la consapevolezza della sua piccolezza, pur nella grande esuberanza della personalità. Era coerente in tutto. Nell’estate dell’ultimo anno di liceo volle fare l’operaio, visse per un periodo alla Magliana per capire gli altri: la vita borghese gli andava stretta, noi in famiglia lo chiamavamo “il cittadino che protesta”. Raccontava con precisione che sentì la chiamata del Signore il 12 maggio 1974, come quando si capisce il desiderio dell’incontro con l’amata».

L’intervento di Francesca Dall’Oglio

Il richiamo è al saggio che «ben delinea chi è stato, è Paolo», perché «leggendo questo testo si comprende come fosse fondamentale nella sua vita, l’accoglienza dell’altro, il dialogo con l’Islam, secondo la tradizione di Charles de Foucauld e Louis Massignon. Ora c’è il silenzio, non sappiamo se sia vivo o morto, ma questo fratello, sparito come migliaia di altri, rappresenta un modo con cui siamo entrati in contatto con la guerra in Siria. Aveva una personalità forte, sapeva di rischiare la vita denunciando e difendendo i più deboli. Infatti, tra queste pagine, Paolo parla degli jihadisti, del suo incontro con Abu Omar dell’Isis e di come trovarono il modo di dialogare, parlando dell’aldilà, della risurrezione».

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Il sogno possibile

Una convinzione, quella della capacità di padre Dall’Oglio di “entrare nel cuore delle persone”, condivisa da Izzedin Elzir, Imam di Firenze, già Presidente dell’Ucoi, l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia, nativo di Hebron, la città di Abramo, che conobbe padre Paolo a La Verna durante un incontro interreligioso: «Per me è vivo, perché, secondo l’Islam, chi è martire della fede è comunque vivo. Le nostre fedi non hanno niente a che fare con le guerre, siamo noi occidentali, per esempio, ad avere coniato il termine “crociate”, per legarle al cristianesimo. Pochi sanno che jihad, che è anche un nome proprio, non significa guerra santa – nessuna guerra può essere santa -, ma sforzo per stare meglio. Non è un sogno poter vivere insieme, siamo un’unica famiglia con le nostre identità, gli alti e bassi della vita quotidiana».

L’intervento dell’Imam di Firenze

Il pensiero torna all’amico Paolo che «non nascondeva la sua fede, non faceva sincretismo, anche se sembrava un vero Imam. Abbiamo bisogno di rileggere la storia con terminologie e visioni diverse e Mar Musa ne è un esempio tra tanti altri. Se ciascuno di noi diventa un essere positivo per gli altri, realizziamo il sogno di Paolo e di tutti gli uomini e donne di buona volontà», conclude Elzir tra gli applausi.

Infine è la volta di padre Jihad Youssef, attuale Superiore della Comunità monastica Deir Mar Musa, che nella sua appassionata testimonianza torna spesso a evocare il monastero come luogo di incontro, ogni venerdì, di centinaia di persone. «Un giardino dell’armonia, dove padre Paolo avrebbe voluto che vi fosse una piccola cappella attaccata alla moschea».

L’intervento del Superiore della Comunità monastica

Un desiderio non realizzato, ma che indica una strada di pace e per cui il Superiore (a cui si deve anche l’introduzione del saggio), lancia un appello: «A Firenze i musulmani pregano in un garage. I vostri figli vanno a scuola con i musulmani, nella terra dei diritti umani, l’Europa, l’Italia, i nostri giovani possono fare vedere le bellezze dell’arte, il Duomo, le chiese e i musulmani cosa possono far vedere agli amici, un garage? L’ospitalità diventa l’occasione benedetta di accogliere Dio nell’altro, e cosi Dio riceve ed è ricevuto. Certo – non si nasconde Youssef -, dialogare con l’Islam è difficile, ma dinamico e sfidante perché ci aiuta a capire meglio la nostra fede, il mistero della salvezza. Dopo 32 anni di vita monastica dico che questo non solo è possibile, ma è bello. Paolo, che si definiva discepolo di Gesù, è stato criticato per alcune espressioni come “la chiesa musulmana”, ma che per lui significava unicamente il suo desiderio di sentire l’appello di Cristo ad andare con obbedienza là dove lo inviava lo Spirito. Andare verso l’altro con una curiosità positiva, testimonia noi stessi».

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