I Vespri pontificali in onore dei santi Ambrogio, Protaso e Gervaso, al termine della ricognizione delle loro reliquie, sono stati presieduti, nella Basilica santambrosiana, dall’Arcivescovo. Riaperta alla devozione dei fedeli, la Cripta

di Annamaria Braccini

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Nella Basilica a lui intitolata, tornano a essere conservate e offerte alla venerazione dei fedeli, le reliquie di sant’Ambrogio e dei suoi due difensori, i soldati di Cristo, Protaso e Gervaso. L’occasione e la cornice sono solenni – e non potrebbe essere altrimenti – per i Vespri pontificali che, presieduti dall’Arcivescovo, vengono celebrati, al termine della ricognizione dei corpi dei Santi, insieme ai Vescovi ausiliari De Scalzi (anche Abate emerito di “Sant’Ambrogio”), Martinelli e Stucchi, ai Vicari Episcopali di Zona e di Settore, ai canonici del Duomo e della Basilica santambrosiana.

Non mancano centinaia di fedeli, Vescovi e Ministri, presenti a Milano, delle Chiese Ortodosse del Patriarcato di Costantinopoli, di Mosca, della Chiesa romena ed Etiope, anche loro presenti con i propri fedeli, devoti di sant’Ambrogio, padre della Chiesa indivisa.

Negli stalli del Coro, in abside, eccezionalmente, seguono i Vespri le Romite Ambrosiane dei Monasteri del Sacro Monte, della Bernaga di Perego, di Agra e di Ravello in Diocesi di Cuneo. Tutte suore claustrali particolarmente attente alla valorizzazione e alla diffusione del Rito ambrosiano.

Il saluto è portato dall’Abate della Basilica, monsignor Faccendini. «Con grande gioia e con un poco di sana soddisfazione, riconsegniamo alla città di Milano la Cripta della nostra Basilica per la devozione. L’indagine, che ha garantito un buono stato di conservazione dei corpi, ha confermato quanto sosteneva la tradizione storica e agiografica».

La ricognizione delle reliquie (iniziata il 4 luglio scorso e i cui risultati verranno illustrati in un convegno internazionale il prossimo 30 novembre) viene a sua volta definita «storica avventura di scienza e di fede che sempre più, mantenendo il rigore dell’analisi, ha assunto il carattere dell’amicizia e della collaborazione. Il ringraziamento è per tutta l’équipe di Cristina Cattaneo, medico legale e antropologa, per le monache benedettine dell’Isola di San Giulio (che hanno svestito e rivestito i corpi) e per le Monache di Viboldone che hanno svolto il restauro sulle pergamene; per il personale dell’Irccs Ortopedico “Galeazzi” impegnato nelle analisi mediche; per il responsabile Carlo Capponi e i collaboratori dell’Ufficio dei Beni culturali della Diocesi. «Tutto quello che è stato fatto contribuirà ad accrescere l’affetto per la radice della nostra fede».

«Di evento storico che vorremmo diventasse un evento spirituale», parla anche monsignor Delpini, invitando alla riflessione necessaria sul culto delle reliquie. «Non talismani, non amuleti che garantiscono dai malocchi e dalle cattiverie, quasi che venerarle fosse una pratica magica e superstiziosa, mentre, all’opposto, vi è il disprezzo scettico degli intellettuali, che mettono in ridicolo le reliquie e la possibilità di essere in contatto con i Santi martiri».

Ma perché proprio sant’Ambrogio ha attribuito tanta importanza al ritrovamento dei corpi dei Santi? «Nella tradizione cristiana, questa è sempre stata una costante, perché le reliquie esercitano la loro potenza di rassicurazione, incoraggiamento e protezione» spiega l’Arcivescovo, evidenziando alcune ragioni della diffusione, in ogni tempo, del culto legato alle reliquie.

«La prima sottolineatura è che vale la logica dell’incarnazione. Il corpo è condizione reale dell’incontro con Dio perché è proprio attraverso il corpo di Gesù che si entra nel Mistero. La nostra fede “tocca”, entra in contatto con il Cristo, con il suo corpo, per questo il vertice della vita cristiana è l’Eucaristia. La devozione verso le reliquie diventa un modo con cui la nostra fede riconosce nella storia, nel vissuto, nel soffrire, nel morire di alcuni fratelli» ciò che ci aiuta a vivere le stesse condizioni da cristiani.

In questo modo, «la nostra vita è una storia di cui sentiamo partecipi anche coloro che ci hanno preceduto».

Come lo stesso Ambrogio scriveva – “Tali difensori io desidero, tali soldati ho come me” – nella “Lettera alla sorella Marcellina” sul ritrovamento delle reliquie dei martiri tra cui Protaso e Gervaso, proposta come Lettura patristica all’assemblea dei fedeli, così è anche oggi.

«La nostra fede ha bisogno di essere sostenuta dall’esempio dei martiri e constatare i segni del martirio può incoraggiarci a sopportare il nostro martirio. Le reliquie ci dicono che ognuno di noi può essere santo conservando la fede attraverso una grande tribolazione».

Dunque, il contatto con il corpo, l’edificazione dell’esempio e, infine, l’essere dentro la comunione dei Santi. «Non siamo mai soli, nel nostro vivere e perseverare nella fede, nel leggere e meditare la Scrittura, i Santi sono presenze amiche che rendono sempre corale la nostra preghiera, comunitario il nostro andare, fossimo pure da soli ad attraversare il deserto; urgente il nostro praticare la carità, dovessimo anche sentire che siamo rimasti soli a servire. E questi santi che possiamo vedere con i nostri occhi, sono qui per incoraggiarci perché anche noi possiamo dire che questi sono i difensori che vorrei avere, i patroni ai quali mi affido, i fratelli che desidero avere vicino per giungere anche io alla gioia e alla gloria di Dio».

Poi, il momento solenne della discesa nella Cripta con i sacerdoti e alcuni ministri delle Chiese cristiane, l’infusione dell’incenso, il sigillo dell’Urna da parte dell’Arcivescovo seguito solo dall’abate, monsignor Carlo Faccendini, dal Custode delle Reliquie, monsignor Giordano Ronchi, dal Cerimoniere, monsignor Claudio Fontana. Le Litanie dei Santi, le Intercessioni, il canto del Padre Nostro concludono i Vespri.

Infine, tutti i fedeli formano una lunga coda per venerare brevemente le reliquie mentre, nella Sala Capitolare della Basilica, l’Arcivescovo ringrazia le decine di persone – la soprintendente alle Belle Arti e Paesaggio, Antonella Ranaldi, fisici, chimici, esperti, anatomopatologi, tecnici, medici, architetti, religiose, sacerdoti e personale della Basilica – che hanno preso parte all’impresa.

«Desidero esprimere l’augurio che questo lavoro prolungato, in un luogo così significativo, sia stato un aiuto a entrare nel Mistero della fede, avendo consapevolezza che anche la scienza e la tecnica sono illuminate da una speranza più grande. A contatto con i Santi vi auguro di essere anche voi in cammino verso la santità», dice, con riconoscenza, l’Arcivescovo.

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