Visita al nosocomio di circolo, con una celebrazione eucaristica che ricorderà in particolare le vittime della pandemia, e l’incontro con il personale e alcuni degenti, per rivolgere loro parole di incoraggiamento. Ne parla il cappellano don Angelo Fontana

di Annamaria   Braccini

Don Angelo Fontana
Don Angelo Fontana

Martedì 11 maggio l’Arcivescovo sarà a Varese, presso l’Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi, il più grande ospedale di Varese, che fa parte dell’Asst Sette Laghi e che dal 1995 è una struttura di rilievo nazionale e alta specializzazione. Cappellano, insieme a don Antonio Della Bella, è don Angelo Fontana, che spiega come si articolerà la visita: «L’Arcivescovo arriverà intorno alle 16.15 nella nostra nuova Cappella, consacrata dal cardinale Scola e dedicata a san Giovanni Paolo II, poi, usciremo sotto il tendone che è stato realizzato per far sostare le persone che accompagnano i loro cari al Pronto soccorso. Lì sarà allestito l’altare dove verrà celebrata l’Eucaristia. Abbiamo invitato solo circa 80 persone in modo personale per i problemi di sicurezza, ma certo, vi saranno anche altri fedeli».

La Messa ricorderà anche i tanti morti per la pandemia?
Certamente. Infatti, l’invito all’Arcivescovo da parte della direzione generale dell’ospedale è stato pensato per i più di 1500 morti che si sono registrati, dalla prima ondata fino a oggi, a Varese e provincia. Un numero purtroppo destinato a salire. Per questo è prevista la presenza del Sindaco, del Prefetto e del Questore della città. Durante la celebrazione sarà benedetto un ulivo, perché si vuole lasciare una memoria di quanto abbiamo vissuto. Finita la Messa, l’Arcivescovo visiterà alcuni sacerdoti ricoverati in ospedale, due per Covid e altri degenti per patologie diverse.

L’ospedale accoglie l’Arcivescovo anche come luogo di speranza, di rinascita e di guarigione…
Sì. Basti pensare al personale sanitario – 2800 persone, incrementate di 200 unità dall’anno scorso per nuove assunzioni – che ha profuso tanto sacrificio di tempo, di pressione, di stanchezza, lavorando in turni, magari, di 12 ore, nei momenti più tragici. Veramente questo presidio guarda al futuro, soprattutto perché vuole sempre essere accanto, con ogni attenzione alle persone, che soffrono – 1200 mediamente, i ricoverati -, realizzando una relazione di cura che sia pienamente umana. Essere medico o infermiere non è un mestiere, è una vocazione.

L’ospedale ha un reparto Covid?
Durante l’emergenza e la seconda ondata, l’ospedale era quasi totalmente Covid: su 25 reparti, 21\22 erano dedicati ai malati di pandemia; adesso sono una decina. Le terapie intensive sono 8, non tutte Covid, mentre nel periodo peggiore, quasi per la totalità, erano state riconvertite per la cura del virus, tranne due. Sono cappellano qui dall’ottobre 2019 e ho raccolto tante testimonianze commoventi da parte di medici, infermieri, del personale in genere, ma anche degli ammalati stessi o dei parenti. Ho visto le lacrime di chi non poteva avvicinarsi ai propri cari: noi siamo stati un riferimento costante anche, talvolta, solo per una semplice videochiamata con un parente malato. Attendiamo l’Arcivescovo che è circondato dall’affetto di tutti e non ha mai fatto mancare le sue  parole di incoraggiamento e di speranza.

 

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