«Oltre la banalità e la rassegnazione», andare oltre per trovare la vera felicità, «per saziare la fame e la sete con pane e il vino di vita eterna». Oltre per non fermarsi «alle devozioni rassicuranti». Nella solennità del Corpus Domini, in Duomo l’Arcivescovo presiede la celebrazione diocesana definendo il senso della serata.
Riuniti intorno al Santissimo Sacramento, si ritrovano tanti fedeli, i sacerdoti, sei Vescovi – tra cui il Vicario generale monsignor Franco Agnesi e il Vicario della Zona I monsignor Giuseppe Vegezzi – e i canonici del Capitolo metropolitano. Non mancano, come tradizione, i rappresentanti degli Ordini cavallereschi, delle Confraternite, di tante associazioni, specie quelle che si prendono cura dei malati, e i ministri straordinari della Comunione eucaristica, invitati in modo specifico per la celebrazione, intitolata quest’anno «L’Eucaristia dà forma alla Chiesa ed è farmaco d’immortalità».

In prima fila siedono i rappresentanti delle autorità civili e militari: l’assessore Marco Granelli con la fascia tricolore del sindaco di Milano, il sottosegretario Raffaele Cattaneo per la Regione, il consigliere Giorgio Mantoan della Città metropolitana, la rettrice dell’Università Cattolica Elena Beccalli. Vicino a loro i gonfaloni delle rispettive realtà.
Uniti nell’unico pane
«Siamo qui: ci raduna il pane spezzato, il vino della letizia. Tutta questa città sappia che c’è un dono da ricevere, c’è un amore che ci salva», dice nella sua introduzione monsignor Delpini, che poi, nell’omelia, prosegue: «Più che le buone intenzioni di essere educati gli uni con gli altri, rispettosi, servizievoli, più che le regole per una convivenza ordinata, l’opera di Gesù è di far vivere ciascuno dentro la comunione con tutti, al punto che se uno soffre tutti soffrono, se uno gioisce tutti gioiscono. I molti diventano un solo corpo, condividono gli stessi sentimenti di Gesù, insieme hanno il pensiero di Cristo».
Un pensiero che, appunto, va oltre «le forme rassicuranti e le abitudini religiose», con una preghiera che è «invocazione della rivelazione di un mistero più grande, più inquietante, più fascinoso di quanto si possa racchiudere in una formula o in un rito». Proprio perché «formare un solo corpo è la grazia di cui partecipano coloro che condividono lo stesso pane: è una parola severa per quella inclinazione a farsi del male, a essere indifferenti gli uni agli altri. Si ritengono più intelligenti, più prudenti e più realisti quelli che riducono la rivelazione del Signore a una metafora edificante. Noi invece professiamo e sperimentiamo la reciproca appartenenza, la vocazione a essere servi gli uni degli altri, a portare i pesi gli uni degli altri».

E questo, sottolinea ancora l’Arcivescovo, anche di fronte all’esperienza così comune oggi «di trovarsi a vivere nello stesso luogo, a percorrere le stesse strade, a riunirsi nella stessa chiesa come estranei, come una giustapposizione di enigmi incomprensibili gli uni agli altri». Insomma, vivendo un’esistenza che spesso è una sorta di «incompiuto», con una lettura ottusa della storia, «come fosse l’insensato girovagare nell’assurdo, il dogma indiscutibile della destinazione a finire per cui si nasce per morire». Laddove, invece, «la rivelazione di Gesù parla di un dimorare, di una relazione che dà compimento alla vita e di una grazia che riceviamo nella celebrazione eucaristica. La grazia dell’oltre, dell’essere insieme in comunione e del compimento».

L’adorazione e la benedizione
Dopo la Messa, i momenti solenni di adorazione del Santissimo posto in altare maggiore, accompagnati da alcune letture tratte dalla Proposta pastorale dell’Arcivescovo e da un’omelia di papa Leone, dai canti evocativi eseguiti dalla Cappella musicale del Duomo, dalla preghiera e da un silenzio raccolto. Infine, dopo aver benedetto i malati, l’Arcivescovo percorre la navata maggiore della Cattedrale, portando tra le mani il Sacramento e arrivando fin sul sagrato per la benedizione della città e, tornato in altare, dell’intera assemblea.




