Monsignor Gianni Cesena, già responsabile della Pastorale missionaria diocesana e nazionale, oggi parroco a Desio: «Va ripensata l’universalità della Chiesa, finora basata sul fatto che fossimo noi a portare il Vangelo ad altri popoli: un quadro oggi sconvolto dalle migrazioni»

di Luisa BOVE

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Monsignor Gianni Cesena

È una scelta «sorprendente» e «interessante», quella di dedicare il Sinodo minore al tema della Chiesa universale. A dirlo è monsignor Gianni Cesena, responsabile della Comunità pastorale Santa Teresa di Gesù Bambino a Desio, parroco a Legnano fino al 2016, già responsabile dell’ufficio per la Pastorale missionaria in Diocesi e direttore dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese a Roma. «È un tema corrente in tutto l’insegnamento, ma non molto praticato nella riflessione quotidiana sulla Chiesa – commenta -. Poi c’è un aspetto pastorale importante, perché molta della nostra gente si ritrova a vivere il rapporto con altri popoli nella vita quotidiana non priva di problemi. Quindi occorre anche un approccio pastorale di riflessione da parte della Chiesa».

Come è cambiato in questi anni l’annuncio della fede tenendo conto della presenza di altre culture?
Come sempre nella Chiesa ci sono novità dettate dalle situazioni, poi c’è l’aspetto più tradizionale che ci viene dalla vita. La Chiesa ha sempre vissuto l’attenzione universale verso altri popoli, finora però l’ha vissuta riflettendo che siamo noi, il nostro mondo cristiano, ad andare verso altri popoli a portare l’annuncio del Vangelo. Oggi la mobilità, le migrazioni, la cosiddetta globalizzazione, hanno completamente sconvolto questo quadro: da una parte abbiamo molti battezzati che non vivono secondo i principi della fede e, dall’altra parte, i nuovi popoli ci interpellano su due aspetti.

Quali?
Il primo è quello della fede stessa, perché molti cristiani (cattolici, ortodossi o protestanti) ci interpellano sulla vitalità della nostra fede. Il secondo, sul tema del confronto e dell’incontro tra le religioni. Aggiungiamo pure che, soprattutto presso i giovani, l’aspetto religioso in generale, anche presso grandi frange di musulmani, induisti e buddisti, non ha quell’impatto che noi immaginiamo. Quindi l’annuncio del Vangelo, e dell’uomo come colui che risponde a Dio, deve essere rivisitato dalla nostra missione quotidiana.

A Legnano prima e ora a Desio qual è la sua esperienza?
Nella vita quotidiana incontriamo moltissime badanti, spesso di religione ortodossa. Poi ci sono molte famiglie sudamericane, rimaste un po’ spiazzate dalla migrazione nei confronti della loro fede: magari la ritengono ancora importante, ma non trovano le modalità per viverla. Qui a Desio abbiamo i Saveriani, con i quali si attivano una serie di iniziative e incontri a carattere interreligioso. In realtà tutto questo fa parte della vita quotidiana. Penso anche, e lo si dice spesso, a quanti dall’Italia, in maniera provvisoria o permanente (e molti sono giovani) partono verso altre nazioni per motivi di lavoro. Li calcoliamo poco, ma queste persone come trovano il modo di vivere, approfondire, confrontare la loro fede? La abbandonano quando si trovano migranti o lavoratori stagionali o tecnici molto qualificati? Il quadro geografico del mondo ci chiede di ripensare cosa vuol dire universalità della Chiesa.

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