L'epidemia vissuta nei conventi, nei monasteri e nelle varie comunità, condividendo la condizione di sofferenza anche attraverso la malattia e non pochi lutti e attivando in varie forme la “fantasia” pastorale

di Paolo MARTINELLI
Vicario episcopale per la Vita consacrata maschile

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Come hanno vissuto le persone consacrate la fase più acuta della pandemia? Che cosa è successo nei conventi, nei monasteri e nelle varie comunità dopo il 23 febbraio? Che cosa ci può dire la loro esperienza a noi tutti, così profondamente scossi dalla repentina diffusione del Covid-19?

Non dobbiamo nascondercelo: la pandemia è stato un trauma per tutti, anche per le oltre 6 mila persone consacrate che abitano nella Diocesi di Milano: un dramma che non ha fatto sconti a nessuno. Stiamo vivendo in una situazione inedita che provoca radicalmente le nostre comunità. Ritorna potentemente la domanda sul senso della vita e su Dio. Tutte le attività prima rimandate e poi inesorabilmente sospese sono state il segno che stava accadendo qualcosa di imprevisto e imprevedibile con cui fare i conti. Il segno più forte è stato certamente l’impossibilità della celebrazione eucaristica con la partecipazione del popolo.

Grazie a Dio ora con gradualità e prudenza ci è possibile riprendere. Ma come capita tante volte nella vita, proprio quando una realtà viene a mancare, si comprende di più la sua centralità. Quasi tutte le comunità religiose hanno potuto continuare la celebrazione eucaristica, sebbene in una condizione di dolorosa attesa, tenendo desto nella Chiesa quanto affermato da sant’Ignazio di Antiochia, che definiva i cristiani come coloro che vivono secondo il mistero che celebrano (iuxta dominicam viventes).

La vita consacrata ha condiviso la condizione di sofferenza anche attraverso la malattia e non pochi lutti. Nonostante le fatiche e i limiti imposti dal lockdown tante suore e tanti frati, membri di istituti secolari, hanno continuato il loro lavoro: nella scuola «a distanza», negli ospedali e nelle Rsa, rischiando in prima persona. Non si sono fermate le mense per i poveri da loro gestite; le loro chiese sono rimaste aperte per la preghiera personale e l’adorazione eucaristica.

Come in tante comunità parrocchiali, si è accesa anche nella vita consacrata la «fantasia pastorale» per trasmettere la celebrazione eucaristica, la liturgia delle ore, un momento di ascolto della Parola di Dio o per continuare online catechesi e percorsi di spiritualità. Tante comunità di vita consacrata attraverso il telefono sono state raggiunte da molte persone, da famiglie che dovevano affrontare lutti, malattie e tensioni. Diversi fedeli hanno chiesto come pregare in questo tempo, quali letture spirituali fare, consigli per dare una regola alle proprie giornate, condividendo ferite, dolori e speranze. È nata così l’iniziativa voluta dall’arcivescovo, monsignor Mario Delpini, «Pronto? C’è un angelo?»: un lungo elenco di persone consacrate disponibili per il ministero della consolazione e dell’accompagnamento spirituale, anche in diverse lingue.

Non è forse proprio questa la testimonianza a cui le persone consacrate sono chiamate? L’Arcivescovo ha molte volte affermato che la vocazione alla vita consacrata è dono fatto alla Chiesa, che aiuta profeticamente a riconoscere il primato di Dio, l’attesa del Regno, il senso dell’Eterno, la vita fraterna e il valore della spiritualità e della preghiera.

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