Nelle pagine di questo numero de Il Segno, Elena Bolognesi presenta il testamento spirituale di padre Paolo Dall’Oglio che viene pubblicato in questi giorni con una prefazione di papa Francesco. L’articolo è accompagnato da una serie di fotografie tutte inedite e particolarmente suggestive.
Abuna Bulos, come viene chiamato in Siria, è stato rapito a Raqqa ormai dieci anni fa, ma il suo insegnamento continua a essere fecondo, non solo nell’ambito del dialogo tra Cristianesimo e Islam.
Padre Dall’Oglio crede nel «sacramento del buon vicinato» (un’espressione che ci è familiare perché mons. Delpini l’ha proposta con forza nel suo primo Discorso alla città). Per Padre Dall’Oglio il buon vicinato ha la forma paradossale di un’appartenenza scandalosa: scrive, infatti, che proprio la fedeltà a Gesù, alla sua carità e alla sua “missione”, l’ha condotto a farsi talmente prossimo ai suoi fratelli islamici da sentirsi «dal punto di vista culturale, linguistico e simbolico profondamente a casa nel mondo musulmano». Nel monastero di Deir Mar Musa, la sua comunità si sforza di apprendere la lingua religiosa dell’Islam e «di tradurre e di esprimere con essa l’esperienza e la speranza cristiane». La questione non è soltanto folkloristica o rituale: l’inculturazione tocca il modo di percepire il mondo e la vita fino a radicare la logica di Gesù nel cuore stesso dell’universo religioso dell’altro. La Chiesa delle origini ha azzardato un passo analogo affacciandosi al di fuori dell’Ebraismo, nel mondo greco, latino, egizio, ecc.
La serietà della riflessione di padre Dall’Oglio, innestata sull’insegnamento del concilio Vaticano II, sollecita anche la nostra Chiesa nel confronto con una società che sembra ormai del tutto aliena alla tradizione cattolica che pure la permeava fino a qualche decennio fa. Ci interroga circa la nostra capacità di dire il vangelo con una lingua estranea ai codici ecclesiali. Anche in questo caso non si tratta di aggiornare un po’ le formule o di modificare le strategie di comunicazione ammiccando a parole o stili più di moda. La sfida è quella di riconoscere e far valere il messaggio provocante di Gesù, le priorità delle sue scelte e la sua comunione con Dio Padre, all’interno della società di oggi nella quale noi tutti viviamo. Il contrario, ammonisce Dall’Oglio dalla lontana Siria, cioè «il ripiegamento su forme religiose ereditate, considerate come non rivisitabili, indebitamente cristallizzate, e persino fossilizzate, provoca in molte persone, soprattutto giovani, la perdita della fede in Cristo e ne impedisce loro la scoperta».



