Un malato inguaribile non per questo è anche incurabile. Come spiega l’inchiesta di Lorenzo Garbarino (pag. 30), quando la medicina è costretta a riconoscere di non poter restituire al paziente una vita sana e persino di non poterne evitare la morte, rimane comunque la possibilità e anzi il dovere di prendersi cura di lui. Non solo fornendogli i farmaci giusti per alleviare il dolore, ma anche attraverso quelle infinite forme di vicinanza, di ascolto e di accompagnamento che salvaguardano la sua dignità, la sua storia e le sue relazioni. Nella lingua cristiana, questa attenzione delicata si chiama semplicemente amore. Un amore che ha a che fare con la salute ma soprattutto con la salvezza.
Dalla parola “cura” discende l’aggettivo “curioso” e poi il sostantivo “curiosità”. Quando non indica un atteggiamento indiscreto e pettegolo (purtroppo così frequente anche nei nostri ambienti), la curiosità è stimolo alla conoscenza ed equivale ad apertura mentale, rifiuto di intestardirsi sul già noto, disponibilità a sporgersi oltre i confini più rassicuranti. In questo senso implica sempre anche una dose di coraggio e una libertà interiore che permettono di avventurarsi su sentieri non ancora battuti, in territori che non sono i propri. Il curioso è agli antipodi rispetto a quella premura esclusiva per sé e per le proprie cose che caratterizza ogni narcisista e tutti coloro che sono ossessionati dalla difesa della propria identità e del proprio punto di vista.
In fondo non c’è possibilità di cura (e quindi di amore) a prescindere dall’espressione di un sincero interesse per l’altro e quindi da una certa curiosità nei suoi confronti. Del resto qualcosa di simile avviene anche per lo studio, che è passione, investimento di sé e disponibilità al sacrificio: nasce dalla volontà e dal gusto di sapere, dallo sfizio di farsi delle domande. Per questo gli insegnanti si lamentano spesso della cronica mancanza di motivazione degli alunni.
Oggi forse la Chiesa deve riscoprire il senso della cura (e quindi della carità) non solo come assistenza, ma anche come desiderio di domandare: arte di chiedere più che di fornire risposte. Domandare non per interrogare, per indagare la coscienza o per verificare la fedeltà alla dottrina, ma per comprendere l’altro, il suo vissuto, le sue speranze, le sue paure. La curiosità per l’altro e per il suo mondo interiore diviene curiosità per Dio e traccia imprevedibile per seguirne i sentieri. Le domande più profonde non si chiudono mai su risposte definitive, ma si aprono sempre su nuove, più grandi domande. I medici palliativisti lo sperimentano ogni giorno di fronte al mistero della morte, ma ogni uomo di fede riconosce lo stesso mistero nel dispiegarsi della vita e nel modo in cui lo Spirito di Dio la attraversa.
Editoriale
La cura e l’arte di essere curiosi
Anche se non si può guarire, si può sempre prendersi cura con amore, ascolto e rispetto della dignità. La vera cura nasce dalla curiosità verso l’altro, cioè dal desiderio sincero di comprenderlo: un atteggiamento che apre anche a un cammino più profondo verso Dio
di Fabio LANDI
15 Ottobre 2024


