Alle 12.30 presieduta dall'Arcivescovo, con monaci buddisti e fedeli cattolici. Organizzata con la Comunità birmana in Italia, il Pime e alcune congregazioni di religiose. Diretta tv e web

di Luisa BOVE

Suor Ann Rose Na Tawng in piazza a Myitkyina (Myanmar)
Suor Ann Rose Na Tawng in piazza a Myitkyina (Myanmar)

In Duomo per invocare il Dio di tutti. È questo il senso della preghiera per il Myanmar presieduta dall’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che si terrà sabato 29 maggio alle 12.30 insieme a buddhisti e cattolici: diretta su Chiesa Tv (canale 195 del digitale terrestre), www.chiesadimilano.it e sul canale Youtube / chiesadimilano.

Tra gli organizzatori la Comunità birmana in Italia, il Pime con padre Gianni Criveller e i diaconi Ba Oo e Sun Li, le Suore della Riparazione, quelle di San Francesco Saverio e di Maria Bambina. «Si tratta di un’iniziativa della Chiesa universale – spiega padre Piero Masolo, missionario del Pime e collaboratore della Pastorale missionaria in Diocesi -. Lo stesso momento di preghiera si è svolto domenica scorsa nella basilica di San Pietro con il Papa, i diaconi che hanno servito in Vaticano verranno anche a Milano. Abbiamo accolto la richiesta della Comunità birmana in Italia con piacere per la situazione di grave sofferenza che sta vivendo una Chiesa sorella».

Come è strutturata la preghiera?
Sarà un incontro interreligioso, preparato insieme agli amici buddhisti: sono previsti alcuni canti in lingua birmana, l’intervento dell’Arcivescovo e la lettura di alcuni brani tratti dal libro di Gerolamo Fazzini – che ha dato anche il titolo all’incontro, Uccidete me, non la gente – testimonianza di Ann Rose, la suora coraggio, esempio di molte altre presenti nella Chiesa. Quello che mi ha colpito molto è la piccolezza di questa Chiesa in Myanmar, che conta l’1,2% della popolazione, con 650 mila cattolici su 57 milioni di abitanti. Ma la forza e la testimonianza di suor Ann Rose non sono casuali.

In che senso?
Lei è figlia di un capo catechista e fin da piccola si è spostata da un villaggio all’altro nel Nord, al confine tra gli Stati Shan e Kachin, la zona più cinese del Paese, dove sono sempre stati perseguitati dal 1962 a oggi. Nonostante si siano creati sette Stati della federazione birmana per dare spazio anche alle minoranze, che costituiscono un terzo della popolazione del Paese, questo non è mai avvenuto. Quindi anche la storia personale di suor Ann Rose è una storia di persecuzione durata fino al 2010, quando, con le elezioni e la vittoria della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi, si è avviata una relativa libertà, distrutta a febbraio di quest’anno dal colpo di Stato militare. Da lì sono iniziate le contestazioni e la Chiesa stessa è scesa in piazza con la gente.

Dove a volte sembra impotente la diplomazia internazionale, spiragli di luce e gesti di pace possono venire dalla fede e dal Vangelo vissuto dalla gente…
Oggi sono i giovani a essere in piazza, come in tanti altri Paesi in questo momento. A febbraio, come Ufficio missionario, abbiamo tenuto il convegno mondialità insieme a Caritas ambrosiana e Pastorale dei migranti proprio sui movimenti popolari; in quell’occasione, parlando di Congo, Algeria, Salvador, Filippine, Hong Kong e anche Stati Uniti è emerso come questi movimenti pacifici siano il soffio dello spirito, uno spirito molto laico, che si diffonde dove vuole e mette tutti insieme nel momento in cui si tratta di vivere liberi oppure no.

Anche la preghiera in Duomo di cattolici e buddhisti insieme è un bel messaggio…
Sì, perché sui diritti non c’è differenza. Quando si chiede pace, giustizia, riconciliazione, sicurezza per la gente, siamo tutti uguali. Pregheremo insieme all’Arcivescovo e ad altri religiosi e laici, sia birmani del Myanmar, sia italiani sensibili a questa causa. Invocheremo il Dio di tutti.

 

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