Avere uno sguardo diverso su questa realtà significa innanzitutto mettersi in ascolto per poi poter comunicare in modo adeguato ed efficace, utilizzando anche il corpo oppure i cinque sensi. Una consulenza specifica è offerta dal gruppo “O tutti o nessuno”

di Silvia Borghi
Caritas Ambrosiana

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L'albero dell'inclusione

La comunità cristiana è per eccellenza il luogo dell’accoglienza senza riserve, dove ognuno, con i propri limiti e le proprie risorse, dovrebbe sentirsi veramente a casa.

La presenza di un bambino con disabilità, in genere, non passa inosservata, anzi suscita le reazioni più disparate: tenerezza, pietà, a volte timore e preoccupazione. Spesso quello che salta all’occhio è il limite, la difficoltà, il bisogno di assistenza. La prima preoccupazione è quella di non essere in grado di comprendere, di decodificare alcuni gesti e comportamenti un po’ diversi da quelli degli altri bambini, e quindi di non riuscire a comunicare in modo adeguato.

Avere uno sguardo diverso sulla disabilità significa innanzitutto mettersi in ascolto: ogni persona disabile e ogni famiglia portano con sé una domanda di sostegno e di amicizia; possono bastare anche due chiacchiere di fronte a un caffè per sentirsi accolti e stabilire un rapporto di fiducia.

La comunità cristiana può accompagnare la famiglia perché impari a fidarsi degli altri, chiedendo e accettando aiuto, cercando di superare quel vissuto di solitudine e di confronto con un problema rispetto al quale gli altri “ti stanno lontano”, “non osano”, non vogliono o non sanno come avvicinarsi. Il primo passo è mettersi in ascolto con pazienza: anche la famiglia con un bambino disabile può offrire alla comunità parrocchiale e all’oratorio una grande competenza, umana e tecnica, sulla disabilità e sulle difficoltà a essa correlate.

Pian piano, con pazienza, si possono imparare linguaggi diversi: comunicare con il corpo, con i gesti, oppure utilizzando tutti i cinque sensi che a volte ci dimentichiamo di possedere, riscoprire il tatto per trasmettere in modo più immediato contenuti ed emozioni.

Certo, non è semplice conoscere i tempi di ognuno, cercare di rispettare i ritmi e di non anticipare, interpretare uno sguardo, una risata, un atteggiamento di chiusura o una reazione di paura. Questo non significa che non sia possibile trovare un modo nuovo di comunicare: in fondo anche i genitori sicuramente si sono trovati impreparati alla nascita di un bimbo con disabilità, si tratta di costruire nuove opportunità con la creatività e la comprensione che derivano dalla condivisione della quotidianità.

L’importante è non arrendersi di fronte alle prime difficoltà, ma chiedere aiuto e cercare una risposta presso tutte le realtà che hanno a che fare con le persone disabili e i loro familiari. Per esempio, le parrocchie o gli oratori vicini possono avere lo stesso problema o magari delle risorse da mettere in comune: la catechista più esperta, uno spazio più accessibile, un bambino con lo stesso problema, una mamma più sensibile…

Sono numerose anche le associazioni territoriali che si occupano di disabilità e che rappresentano un punto di riferimento per i familiari: spesso sono una fonte inesauribile di informazioni e di consigli pratici su come affrontare le situazioni più difficili, senza dimenticare l’importante contributo che potrebbe arrivare dalla scuola e dai servizi sociali.

La capacità di collaborare con quante più realtà possibili e di mettersi in rete consente anche di sperimentare soluzioni innovative, tentare risposte originali, con la sicurezza di sentirsi sostenuti e supportati da chi ha competenze tecniche ed esperienza da mettere a disposizione.

Da questo punto di vista ricordiamo che il gruppo “O tutti o nessuno”, costituitosi presso la Diocesi di Milano è a disposizione per affiancare e sostenere le comunità cristiane attraverso consulenze specifiche, approfondimenti formativi ed accompagnare chi volesse intraprendere un percorso specifico sulla disabilità.

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