Ha preso avvio, presso l’Università Cattolica, il corso promosso dalla Diocesi, “La parrocchia comunica con i social media”. Giunto alla sua quarta edizione, il ciclo, articolato in sei incontri, cercherà di far comprendere il ruolo e l’uso dei nuovi mezzi della comunicazione in ambito anzitutto parrocchiale

di Annamaria BRACCINI

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160 corsisti, un tema che interessa tutti come i social media, e i molti per i quali la comunicazione professionale e il giornalismo sono la scelta della vita, non solo come un lavoro tra tanti, ma come l’impegno di ogni giorno. E, poi, le edizioni precedenti del Corso che ne hanno segnato la credibilità, il valore e l’utilità, i relatori di assoluto richiamo.
Non poteva che essere un successo la mattinata di studi e dialogo che ha inaugurato il Ciclo di formazione per comunicatori in primis parrocchiali (ma non solo) che dal 2015 tocca temi e ambiti diversi nell’universo dei media.
Il Corso, promosso dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi, in collaborazione con il Centro Ambrosiano di Documentazione e Studi Religiosi e l’Università Cattolica e (dove si svolge fino al 12 maggio attraverso 6 appuntamenti), viene aperto da monsignor Davide Milani, responsabile dell’Ufficio diocesano. «Crediamo che, anche per le parrocchie, non sia più tempo di improvvisare. Essere volontari non vuole dire essere approssimativi, sopratutto considerando le molteplicità dei media. Crediamo in questo mestiere, al valore della comunicazione e vogliamo imparare a usare i social come strumento di ascolto», dice delineando la logica dell’itinerario proposto con il titolo complessivo, “La parrocchia comunica con i social media”.
Se “la rete è piena di gente che parla, ma che nessuno ascolterà”, come recita un’espressione ormai entrata nel mito, lo scopo è, invece, proprio quello di essere incisivi, sapendo ascoltare e facendosi ascoltare», ovviamente anche in un’ottica cristiana.
Per questo la riflessione di apertura della sessione inaugurale, dedicata a “Ascoltare (con) i social media: testa cuore o pancia?”, è affidata al vescovo monsignor Paolo Martinelli che declina la parola e il concetto dell’ascolto attraverso il contesto biblico.
«Per vivere e per crescere bisogna ascoltare: l’ascolto puoi guarire. Non a caso, la creazione ha un carattere verbale», basti pensare alla prima riga del Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio”. Cita la Toràh, lo “Shemà-Ascolta Israele”, i Padri della Chiesa e i moderni teologi, monsignor Martinelli, fino a Karl Rahner che definì l’uomo “uditore della Parola”. «Mai l’uomo è veramente se stesso come in questa dimensione», sottolinea. «Nella Bibbia gli elementi corporei che parlano di ascolto, non devono essere opposti: l’uomo è un intero di testa, cuore e pancia. Colui che separa il cuore dalle viscere sarà debole e manipolabile, mentre, al contrario, saprà valutare la realtà e desidererà la verità, come senso ultimo e realizzazione di sé. Ma non c’è ascolto se non si guadagna, seppure a fatica, la dimensione del silenzio, perché proprio qui, nel silenzio, si può ascoltare la Parola e tutte le parole anche della comunicazione umana. Così accade il miracolo dell’incontro».
Dalla teologia alla fisica, si arriva a parlare di “Big Data”. Alessandro Chessa, assistant professor alla Scuola Alti Studi IMT di Lucca, ne spiega il significato: «Sono i dati, grandi e piccoli, che vengono messi nel cloud, un archivio universale creato dai social network. Una novità importante è che sappiamo, quindi, dove conservare i contenuti che produciamo anche con un semplice “Mi piace”. La seconda grande novità è che noi stessi ci prestiamo a essere soggetti di indagine, come in un gigantesco sondaggio, nel quale, a ogni secondo, vengono emessi centinaia di migliaia di tweet, e postati più di 27.000 video».
Insomma, i flussi di dati sono cruciali anche se sono nascosti sotto la superficie delle piattaforme. Siamo allora fatti di pura materia informativa?, ci si chiede. «Per certi versi appariamo ed esistiamo per come siamo sui social. Per questo c’è bisogno di un paradigma di interpretazione per tali dati». Il punto è che sono le piattaforme, attraverso algoritmi e in misura diversa da caso a caso, «a decidere cosa far vedere, raccontandoci una storia che qualcun altro (appunto un algoritmo) decide».
Una storia – e qui sta il vero problema, nota Chessa – «che tende ad assecondare i nostri gusti o a confermarci nelle nostre convinzioni, al di là della verità. Questo è esattamente il meccanismo perverso che dà gambe alle fake news. Non è che un tempo le notizie false non esistessero, è che ora sono amplificate da questo meccanismo. Così lo spazio per la ragionevolezza è sempre più sottile».
Come uscirne? Con la credibilità guadagnata sul campo e la consapevolezza di usare mezzi non sempre limpidi, suggerisce Enrico Mentana, direttore del TgLa7.
«Chi può fare a meno dei social vive in modo meno intossicato, anche perché sono apparentemente gratuiti, ma noi paghiamo nel momento in cui deleghiamo a essi la nostra vita. Un conto è essere utilizzatori e un altro essere utilizzati. Se ne può fare a meno senza, per questo, diventare eremiti». Tuttavia, «siccome servono al lavoro, alla comunicazione, sono comodi e indietro non si torna», si usano sempre. Ma, appunto, bisogna essere consapevoli che «sono i luoghi della solitudine, dell’esibizionismo, dello sfogo, della lamentazione e che, per questo, bisogna gestirli con attenzione. Occorre conoscere le linee-guida e cercare di utilizzare al meglio ciò che abbiamo a disposizione, sapendo che la maggioranza delle persone che accedono ai mezzi chiedono dialogo. Ciò può essere utile perché è un misurarsi tutti i giorni con gli altri, con se stessi e i propri convincimenti».
Laddove la pubblicità è unidirezionale, «i social, se visti in questa logica, sono comunicazione dialogo, ascolto, intelligenza, luoghi di confronto. Tuttavia, dobbiamo sapere che c’è chi li usa al fine di “avvelenare i pozzi” per interesse o, semplicemente, per il vacuo fuoco di mettere zizzania. Dobbiamo imparare a contrastarli, dimostrando che, con le parole giuste, si può comunicare il bene e bene. Se si hanno buone cause e argomenti si può essere ascoltati e ascoltare. Attraverso un uso intelligente dei web si capisce in fretta con chi abbiamo a che fare e chi ascoltare».
Una lezione arriva forte e chiara ai corsisti che, in gran numero, iniziano subito a postare i propri commenti positivi sulla chat del Corso #parrocchiacomunica

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