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Editoriale

Il “servizio” di pregare. Anche per gli atei

L’esperienza di Carlo Rovelli in una moschea africana ispira a vedere la preghiera e la gentilezza come spazi di pace interiore. Le comunità cristiane possono così diventare “case della preghiera”, capaci di offrire accoglienza e respiro a tutti, anche ai più lontani dalla fede

di Fabio LANDI

15 Aprile 2024
Don Fabio Landi

«Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza». Con questa frase meravigliosa, il noto fisico italiano Carlo Rovelli commenta una sua visita maldestra a una moschea africana dove, invece di essere rimproverato per aver infranto le norme del culto, sperimenta l’accoglienza cordiale dei fedeli e resta sopraffatto da uno spazio che in modo del tutto inaspettato offre «una pace del cuore profonda». Al punto che, persino a lui, «ateo convinto e senza esitazione alcuna, sembra di capire cosa possa significare per tanta gente l’abbandonarsi» a Dio.

Questa breve testimonianza, per alcuni versi un po’ ingenua, mi colpisce per due motivi.

Innanzitutto perché rivela una volta di più quanto sia radicata dentro di noi la sete di un’esistenza sottratta alla fretta, alla superficialità e al rumore; preservata dalla prepotenza e dall’obbligo del successo; immune dalle mille ansie e preoccupazioni che ci divorano. Questa salvaguardia estrema delle sorgenti buone della nostra vita è garantita dallo Spirito. Non a caso Gesù lo chiama Paraclito, colui che ci difende, l’avvocato che ci tutela: quella boccata di ossigeno che ci restituisce «una pace del cuore profonda» ogni volta che siamo a un passo dal sentirci soffocare.

I modi in cui lo Spirito ci raggiunge sono i più imprevedibili, ma il dialogo della preghiera è senz’altro la forma abituale con cui apriamo spazi dentro e fuori di noi e lasciamo che la presenza benefica di Dio impregni le nostre vite. «Pregare per vivere» sintetizza efficacemente l’Arcivescovo nel sottotitolo della proposta pastorale del prossimo anno.

Una seconda considerazione riguarda il fatto che l’esperienza raccontata da Rovelli si svolga in una moschea e non in una chiesa cristiana. Può trattarsi di un dato accidentale o forse del frutto di un pregiudizio. In ogni caso, mi pare provvidenziale che l’Arcivescovo ci inviti a riflettere sul volto delle nostre comunità cristiane, sul clima che vi si respira. La vita ecclesiale è spesso molto attiva, lodevolmente indaffarata, piena di riunioni e iniziative. Ma, scrive mons. Delpini, «vorremmo che le nostre comunità si riconoscessero per essere case della preghiera oltre che case della carità».

Mi piace immaginare che proprio lo spazio di umanità aperto dalla preghiera (e dalla «gentilezza» che sempre l’accompagna) possa essere in futuro il principale servizio che come credenti offriamo a tanti uomini e donne del nostro tempo che forse si dichiarano atei convinti, ma che sarebbero felicemente sorpresi e subito commossi nel riconoscere il soffio vitale dello Spirito che qualcuno ha custodito anche per loro.