Diciannove persone qualsiasi, in piedi l’una accanto all’altra come alla fermata dell’autobus, vengono investite senza preavviso da due potenti getti d’acqua. Il fragore è assordante e certifica una violenza irresistibile. E infatti il gruppo viene travolto, i singoli cadono, annaspano, cercano riparo con le mani, si aggrappano al vicino. Poi tutto si acquieta e un’umanità superstite e gocciolante si appresta a fare i conti con il male patito.
È una delle videoinstallazioni di Bill Viola in mostra in questi giorni al Palazzo Reale di Milano. Potrebbe durare pochi secondi, ma le immagini sono in slow-motion e costringono lo spettatore per dieci minuti davanti allo schermo. La dilatazione del tempo rende riconoscibile ogni emozione, ogni singolo strattone, ogni tentativo di respiro. La tragedia collettiva è sventura personale di ciascuno.
Anche la nostra, di noi spettatori. Perché la grande arte interpreta il presente di tutti i tempi. È difficile oggi guardare il filmato di Viola (che risale al 2004) senza pensare al diluvio della pandemia, alla guerra in Ucraina o al recente naufragio di Cutro (tra l’altro, il titolo dell’opera è The raft, cioè “la zattera”, “il gommone di salvataggio”). Ognuno, poi, può riconoscere la sua personale via crucis.
Senza dimenticare, però, che l’acqua non è solo sinonimo di morte, ma anche di rinascita. Bill Viola conosce l’ambiguità battesimale del simbolo e l’utilizza costantemente. Per esempio in Emergence (2002), ispirato al Cristo in pietà di Masolino da Panicale. Il corpo del Crocifisso sorge pallido da un sepolcro traboccante e viene accolto, nuovamente cadavere, dalle donne accanto alla tomba. L’inversione cronologica di morte e resurrezione e l’abituale tecnica del rallentamento sollecitano a interpretare il mistero cristiano con maggiore profondità della semplice successione temporale, mostrando, come in Masolino, che la vita è nascosta anche nel silenzio della morte e che la morte, quella morte, è un dono di amore e di vita.
Sono verità che difficilmente si dischiudono nella fruizione istantanea delle immagini o nella fretta di parole improvvisate. Bill Viola scrive che il proprio lavoro va inteso come un invito: “vai oltre la superficie delle cose, punta alla loro anima”. E ci accompagna a sostare pensosi, in un esercizio di contemplazione che ancora, anche nel mondo contemporaneo, può alimentare la nostra speranza perché, persino in mezzo al diluvio, ci arrivi leggero e vitale il respiro di Dio.



