Un ricordo corale che ha unito persone di età e provenienze diverse in una comunità riconoscente che non ha fatto solo memoria di un uomo straordinario quale fu Marcello Candia, ma ne ha voluto e ne vorrà raccogliere, anche in futuro, la preziosa eredità spirituale e cristiana.
Nella prestigiosa sala Alessi di Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, il convegno dedicato a “Marcello Candia. L’etica imprenditoriale, l’impresa della carità”, a 110 anni dalla nascita dell’oggi venerabile, è stato questo: un momento di riflessione che ha ripercorso la vita e le opere di un uomo e di un missionario fiero della sua laicità, capace di fondare realtà concrete vivendo sempre la scelta privilegiata per i poveri, in Brasile, ma anche a Milano.
Presenti parenti di Candia, amici, collaboratori, i vertici della Fondazione e della neo associazione culturale a lui intitolate, il moderatore Curiae, monsignor Carlo Azzimonti, il vicario episcopale monsignor Luca Bressan, il responsabile del Servizio diocesano per le Cause dei Santi, monsignor Ennio Apeciti e don Maurizio Zago, responsabile dell’Ufficio di pastorale missionaria, l’assise ha visto l’alternarsi di diverse voci, moderate dal giornalista del Corriere della Sera, Paolo Foschini.
Aperta da un suggestivo monologo drammaturgico dell’attore e regista Massimiliano Finazzer Flory, la serata è stata introdotta dai saluti istituzionali della vice presidente del Consiglio comunale Roberta Osculati e dall’intervento di monsignor Azzimonti che, portando il saluto dell’Arcivescovo, ha delineato la «poliedrica» figura di Candia.

La sinfonia della vocazione
«Le diverse vocazioni vissute nella sua vita non si elidono, ma si fondono in un’unica melodia corale con timbri diversi. Tutto inizia dal comprendere che la vita è una chiamata che viene da Dio e chiede di maturare ed esprimere, a poco a poco, la propria personale risposta, che sarà sempre unica e originale. Per Marcello la risposta ebbe come tratto unificante e caratterizzante il vivere la propria vita nella logica del servizio, ossia traducendo in scelte concrete il comandamento della carità evangelica», osserva Azzimonti, concludendo. «In questa Milano del 2026, segnata da tanto, troppo individualismo, da solitudini disperate, da molti disagi, da troppa irrequietezza e persino dal serpeggiare di una violenza gratuita ed insensata che sembra fare breccia nel cuore di giovani e giovanissimi, noi adulti siamo debitori di un ascolto vero ed autentico ed abbiamo il dovere di offrire opportunità educative e prospettive di lavoro perché la nostra casa comune sia più ospitale, più abitabile e più giusta per tutti». Evidente, in tale contesto, l’esemplarità di Candia che, con la sua testimonianza, continua a indicare la via di una cittadinanza attiva vòlta a promuovere il bene di tutti con lo sguardo sempre rivolto al Signore.
Un uomo normale e straordinario
Mentre sullo schermo posto in sala, scorrono le immagini di una vita vissuta intensamente dall’industriale di successo, tre lauree a Milano e, poi, dal missionario in Brasile dove fondò ospedali e lebbrosari, la personalità di «questo testimone attuale», risalta a tutto tondo.
«Un cittadino che abitava in una casa normale, dove abbiamo posto una targa – ricorda Osculati -, per un uomo straordinario che seppe tradurre in opere le sue scelte di vita». E questo non solo in Brasile, ma anche a Milano – l’associazione culturale nata da pochi mesi intende proprio far conoscere meglio la figura del Venerabile nella sua città in cui, peraltro, è sepolto nella chiesa degli Angeli Custodi -, dove ad esempio collaborò all’avvio del Villaggio della Madre e del Fanciullo e del Collegio per studenti di Oltremare, con il sostegno di Giovanni Battista Montini e Giuseppe Lazzati. Riferimenti importanti – questi – come il legame fondamentale con monsignor Aristide Pirovano, missionario del Pontificio Istituto delle Missioni Estere, apostolo delle terre amazzoniche, prelato di Macapà dove, appunto, Candia fondò il suo primo ospedale. Come spiega padre Mario Ghezzi, già direttore del Centro missionario del Pime: «Credo che si possa dire che la sua opera missionaria è fiorita perché guardava ai bisogni reali e costruiva perché era capace, ne aveva i mezzi e vi era un bisogno vero. Per questo la sua opera è proseguita. Tutto ha funzionato perché Candia è partito dalla relazione con le persone».

Per il presidente di Ucid Lombardia, Aldo Fumagalli, occorre chiedersi «cosa possiamo fare noi per Marcello, nella consapevolezza che lui per noi ha fatto e può fare molto».
«Possiamo portarlo dove si formano gli imprenditori – specie i giovani – come le Business School dove Candia non è noto, far valere e conoscere quelle che furono le sue competenze e accompagnare, come vuole fare con entusiasmo Ucid con i suoi collegamenti e circoli allargati e internazionali, il processo di beatificazione», la risposta.
Un uomo di fede che seppe dare fiducia
Poi, a sorpresa, interviene Regivaldo che, accompagnato dal sacerdote ambrosiano Fidei donum a Macapà, Walter Cazzaniga, racconta la sua amicizia con il Venerabile di cui fu giovanissimo segretario a nemmeno 18 anni. «Era un uomo di grande fede, di preghiera e ha tradotto tutto questo in azione. Ha dedicato tutta la sua intera vita alle persone più povere che la società stava escludendo, portando non solo un aiuto e un’attenzione medica, ma sempre una parola di vicinanza. Lo faceva sempre con grande gioia perché servendo i poveri sapeva di servire Gesù. Ha segnato tutta la mia esistenza», conclude con un’emozione a stento trattenuta. «Veniva chiesto ai bimbi delle zone dove ha operato: “Chi ti ha cresciuto?” e loro rispondevano Marcello Candia. Il missionario è chiamato a questo, a generare vita buona».

Al termine sono la presidente della Fondazione, Alessandra Capè e il segretario dell’Associazione, Alberto Scotti – che ricorda la celebrazione eucaristica che l’Arcivescovo presiederà il 31 ottobre nella parrocchia degli Angeli Custodi (ore 18.00 via Colletta 21 Milano) -, a intervenire insieme a Marina Lazzati che torna sulla fiducia che il Venerabile riservava ai giovani. «Io sono sta con lui 6 mesi a Macapà e, tornati a Milano, voleva che parlassi io negli incontri che si svolgevano in diocesi sulla sua esperienza».
«In questi 44 anni abbiamo avuto 56 milioni di euro di donazioni che arrivano spontaneamente, senza campagne di ricerca fondi da parte nostra. Questo per noi è già un miracolo», sottolinea Capè suggellando l’incontro tra gli applausi.




