Dalla comune passione per le auto sportive e i videogiochi a una sempre più stretta confidenza. Il prossimo Beato nelle parole di Federico Oldani, suo compagno alle scuole medie: «Non mi parlava di Gesù, ma quando prego penso a lui»

di Ylenia SPINELLI

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Nella foto Federico Oldani è seduto al centro

Carlo Acutis era un ragazzo come tanti, con molte passioni e un bel gruppo di amici: uno su tutti Federico Oldani, che oggi ha 28 anni e ancora si sente molto legato al futuro Beato, come ha dichiarato in una intervista su Fiaccolina, il mensile dei chierichetti, di cui riportiamo qualche stralcio.

Quando hai conosciuto Carlo?
In prima media, all’istituto Marcelline Tommaseo di Milano. Ci siamo conosciuti in maniera graduale, come accade quando una classe lentamente si unisce e tutti pian piano si frequentano. Io e Carlo abbiamo scoperto di avere una grande passione in comune per le auto sportive, così siamo entrati in confidenza.

Cosa aveva di speciale?
Carlo era un ragazzo all’apparenza normale, allegro e scherzoso, ma più lo si conosceva, più si capiva che era speciale. Non litigava mai con nessuno, era sempre pacato nei giudizi, generoso e pronto ad aiutare tutti. Era straordinario nella quotidianità delle cose.

Oltre alla passione per le auto, cosa vi univa?
I videogiochi. Ci siamo conosciuti meglio parlando di quelli. Grazie a Carlo, poi, mi sono appassionato all’informatica, visto che mi affascinava molto la sua vasta conoscenza in quell’ambito. Carlo ha iniziato a farmi da mentore in programmazione, anche se io ero troppo scarso e ho abbandonato.

Ti parlava di Gesù?
No, lui non parlava di fede con gli amici di scuola. Molti si aspettano di sentire racconti di Carlo che parlava spesso di Eucaristia o di Gesù. Quando, dopo la sua morte, ho scoperto questa sua grande fede, sono rimasto stupito. Crescendo e leggendo quello che ha scritto ho capito, col senno di poi, che nessuno di noi avrebbe mai potuto comprendere le sue parole tra i banchi di scuola, anzi, avremmo potuto fraintenderlo. In un’età come quella dell’adolescenza, parlare di argomenti così delicati a dei ragazzi senza una spiccata spiritualità, non avrebbe avuto senso e sono sicuro che lui lo sapesse.

Ti capita di pensare a lui?
Certo! Quando penso alle auto, quando vedo la pubblicità della Apple, che lui apprezzava sin da quando non era così famosa. Penso soprattutto alle cose che avremmo potuto fare oggi, alle passioni che mi hanno preso dopo che lui se ne è andato e che avrei certamente condiviso. Quando prego, lo faccio sempre pensando a lui.

Che effetto ti fa l’idea di avere un amico speciale tra i Beati?
Fa molto effetto, soprattutto perché per me Carlo è sempre l’amico col quale giocavo ad Halo, mentre quando si pensa ai Santi, si pensa a delle figure mitiche, leggendarie, perfette. Carlo per me è come l’amico di infanzia, che poi perdi di vista. Lo ricordo come una persona vera: era uno che si arrabbiava se andavano male i compiti, uno che la professoressa di Francese sgridava sempre perché faceva confusione, che arrivava in ritardo a scuola, anche se abitava a due metri, uno che una volta ha interrotto la lezione e chiesto di uscire perché non riusciva a smettere di ridere.

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