Purtroppo ci siamo abituati da molto tempo a rinunciare ad avere un dialogo costruttivo sui temi più caldi del dibattito pubblico. Quanto più le questioni toccano da vicino la vita di ciascuno, tanto più sembra improbabile portare avanti un discorso articolato e con toni pacati. L’urgenza è piuttosto quella di prendere partito, cioè di scegliere una posizione e di difenderla in modo preconcetto, senza voler sentire altre ragioni. Sui due fronti contrapposti, il pensiero è solo ideologia: stereotipato, caricaturale, poco più che slogan. Il confronto si è trasformato in tifo, come per la squadra del cuore. Ma ormai senza fair play.
È un esito paradossale per la società secolare, che ha preteso di salvaguardare lo spazio democratico mettendo a tacere le fedi, sul presupposto che la parola religiosa coincida inevitabilmente con un fondamentalismo cieco e violento. Oggi di fatto, nei salotti televisivi e in quelli delle nostre famiglie, fanatismo e arroganza sono dati per scontati. Anzi, fanno audience. I punti di vista vengono sbandierati con sacro furore e le opinioni difformi censurate con zelante intransigenza.
Non è una novità, purtroppo. Impressiona però che una simile polarizzazione stia diventando abituale anche in seno alla Chiesa. Lo scontro che una volta opponeva laici e cattolici, oggi sempre più spesso divide i credenti e offre uno spettacolo deprimente. Con l’aggravante che i problemi veri, quelli che costituiscono delle autentiche sfide per tutti, non possono essere affrontati. Nelle conversazioni all’interno della comunità cristiana aumentano i tabù, gli eufemismi, le formule innocue buone per tutte le stagioni.
In questo senso è ammirevole il coraggio dell’Arcivescovo che nella Proposta pastorale di quest’anno richiama l’intera diocesi ad affrontare con responsabilità le questioni più spinose del vivere e del vivere insieme. Non è neppure una proposta pastorale circoscritta a un singolo anno, ma l’appello a un “lavoro abituale” che non può mai mancare nelle nostre parrocchie. Delpini richiama la “fase sapienziale” del cammino sinodale della Chiesa italiana: non si tratta quindi innanzitutto di far valere le proprie ragioni, ma di far maturare una sapienza che oggi ancora ci manca, di coltivare un pensiero più profondo, un dialogo più aperto e sereno, una comprensione più articolata dei vari problemi. Ciò che avvertiamo come divisivo può diventare oggetto di una riflessione corale e di un discorso condiviso.
Accogliendo la sollecitazione dell’Arcivescovo, anche Il Segno desidera dare il suo contributo, affrontando un poco alla volta i temi che la Proposta pastorale mette all’ordine del giorno. Come si diceva, senza alcuna presunzione di avere la verità in tasca, ma provando a fornire elementi che aiutino a leggere la realtà e a chiarirsi le idee, a servizio di tutti.
Cominciamo dal capitolo relativo all’educazione affettiva dei ragazzi, capitolo che in queste settimane si affaccia drammaticamente anche nei frequenti fatti di cronaca, ma che riguarda un orizzonte molto più vasto che facciamo fatica a conoscere e a comprendere. Per questo, i contributi di Stefano Laffi e di Laura Badaracchi (intervista a Matteo Lancini) vogliono fornire lo spunto per avviare una riflessione che diventi anche, perché no?, un dialogo fecondo con voi lettori.



