Monsignor Delpini ha presieduto, in un Duomo affollatissimo, la Celebrazione eucaristica nella II Domenica dell’Avvento ambrosiano. Invitati per l’occasione coloro che, a diverso titolo, sono impegnati nel mondo della scuola

di Annamaria Braccini

delpini avvento 2017 B

Alzare la testa e avere il coraggio di dire, di gridare, che il futuro è benvenuto e benedetto, perché è, nonostante tutto, fonte di speranza. E che, allora, è quasi un dovere aprire le porte con fiducia al domani per chi è adulto e impegnato in quella missione cruciale che si chiama scuola.
Nella II Domenica dell’Avvento ambrosiano, l’Arcivescovo, prima della Celebrazione eucaristica da lui presieduta in Cattedrale, si ferma all’ingresso del Duomo e saluta i fedeli. Tantissimi quelli che entrano tra le navate anche a Messa ormai iniziata, a causa delle lunghe file che si formano ai doverosi posti di controllo esterni. Arrivano in massa gli invitati di questa domenica, coloro che sono coinvolti, a diverso titolo, nel mondo della scuola: docenti, personale, genitori, alunni di tutte le età – tanti i più piccoli presenti – che, nel pomeriggio, hanno visitato il Museo Diocesano e il Grande Museo del Duomo.
Poi, appunto, tutti in Duomo (ci sono anche le parrocchie di Vedano al Lambro e Palazzolo sull’Oglio al completo), per l’Eucaristia di Avvento come «momento per rinnovare la fede nel Signore e richiamare la responsabilità nella scuola» spiega, in apertura, monsignor Delpini, cui sono accanto una ventina di sacerdoti concelebranti tra cui il responsabile diocesano del Servizio per la Pastorale Scolastica, don Gian Battista Rota con i collaboratori.
A ognuno – in prima fila siedono il direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, Delia Campanelli con tutti gli appartenenti all’Ufficio – si rivolge l’omelia del Vescovo, in riferimento alle parole del Battista nel Vangelo di Matteo nel capitolo terzo.
«Le parole del precursore Giovanni sono aspre ed esigenti, ma da quale intenzione sono dettate? E ai protagonisti del mondo della scuola, che si affaticano in un’impresa che lascia, talora, insoddisfatti e scoraggiati, cosa posso dire io facendo eco a questa Parola?», si chiede Delpini.
Chiarissima e scandita la risposta: «Mi sembra che siamo tutti chiamati a levare il capo, alzarci in piedi e gridare: Benvenuto, futuro. Ogni giorno la gente che va a scuola con il proprio lavoro, con la passione e con la fatica, proclama, contrastando i luoghi comuni, che il futuro è benvenuto. Noi crediamo che oggi valga la pena di preparare la via al Signore».
Per questo «ci appassioniamo all’impresa di accompagnare i ragazzi a vivere da protagonisti la vita e quel pezzetto di storia che toccherà loro di attraversare».
E tutto ciò con una consapevolezza da spendere nel quotidiano. «Ogni giorno i genitori, i docenti, gli operatori nel mondo della scuola, guardando in faccia i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, ne vedono tutta la bellezza e anche tutti i limiti, le gioie e le ferite, la loro mania di curarsi e il loro scriteriato trascurarsi. Continuiamo a essere convinti che proprio questi ragazzi, non solo quelli dei secoli passati, invocano un aiuto per diventare uomini e donne, per imparare a farsi carico di sé e del mondo, imparando a pensare e a lavorare».
Senza falsi “buonismi” o troppo facili ottimismi di maniera, la strada per non perdere intere generazioni, suggerisce l’Arcivescovo, è solo questa: «Avvertiamo che nel futuro non ci sono solo promesse, ma anche minacce; tutti intuiamo che sfide inedite e difficoltà impensate incombono e proprio per questo gli insegnanti sentono una sintonia con la parola inquietante di Giovanni. La minaccia non è per fare paura, ma per urgere la conversione e l’impegno: non possiamo permetterci di perdere questa generazione, non possiamo permetterci di perdere nessuno».
Insomma, l’invito è ad avere fiducia nei ragazzi, nel domani e anche in noi stessi. «Benvenuto futuro non è la retorica di un ingenuo ottimismo che vuole rassicurare la fascia di adulti smarriti e incerti su che cosa valga la pena di proporre, di insegnare, di promettere. è il grido che viene dall’ animo di chi decide di credere a una promessa che non è elettorale, ma l’impegno di Dio per fare alleanza con l’uomo. Non è la presunzione di chi pretende di essere l’unico protagonista e l’artefice insindacabile e onnipotente della sua storia; è, invece, la parola di chi ha speranza perché è convinto che il Regno dei cieli è vicino, non come una istituzione che domani si realizzerà sulla terra, ma come una presenza amica in tutte le epoche della storia, anche nel futuro».
Un “benvenuto”, allora, capace di farsi parola profetica che contesta ogni arroganza, parola incoraggiante che chiama al compimento, parola esigente che chiama a conversione. «Non si tratta di una corsa scriteriata che insegue la novità per se stessa, ma del percorso audace e insieme saggio che si appassiona all’impresa di custodire il mondo e di renderlo più abitabile. Per questo il benvenuto al futuro si alimenta della cultura che fa tesoro del passato e si esercita nel pensiero, legge gli antichi testi e ne trae spunto per non piegarsi agli idoli del presente».
Una sorta di cantico «adatto all’esultanza fiduciosa de tempo di Avvento», quello dell’Arcivescovo – ribadito anche al termine della Celebrazione, con l’auspicio di portarlo ai colleghi e amici non presenti in Duomo – perché «la scuola sia all’altezza del suo compito e tutti si possa essere cultori di una sapienza che aiuta a sperare».

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