Nella sua Lettera alla Diocesi l’Arcivescovo invita a guardare avanti con speranza, sollecita passi concreti e nuovi stili di vita a tutela del creato, esamina conseguenze e prospettive delle varie emergenze (sanitaria, spirituale, lavorativa, educativa) e precisa il senso cristiano della vocazione

di Pino NARDI

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«Lo Spirito dono di Gesù, il Crocifisso risorto, coinvolge in un ardore che rinnova la vita, che risveglia energie, che dilata gli orizzonti. Sentiamo l’urgenza, il bisogno di celebrare la Pentecoste: invochiamo il dono dello Spirito perché ci spinga a uscire dalla chiusura delle nostre paure, delle nostre pigrizie, delle nostre incertezze». Inizia così la Lettera per il tempo dopo Pentecoste dell’Arcivescovo, monsignor Mario Delpini, che conclude il percorso pastorale di quest’anno dedicato alla sapienza, dal titolo Del tuo Spirito, Signore, è piena la terra. Il mistero della Pentecoste.

La pandemia ha colpito duro in questi lunghi mesi, anche se ora gli spiragli cominciano a vedersi all’orizzonte. L’Arcivescovo invita a guardare avanti con speranza, sapendo che «il superamento dell’epidemia da Covid-19 non sarà solo l’esito di un vaccino, ma una guarigione delle ferite più profonde che il contagio ha generato».

Tradizione e futuro del rapporto con il creato

Nella sua riflessione monsignor Delpini parte dal tema dell’ambiente, ormai al centro dell’attenzione di tutti anche grazie all’impulso dato da papa Francesco, superando visioni ideologiche e proponendo la corretta prospettiva. «La tradizione biblica, che i cristiani hanno fatto propria, dice creato per riconoscere l’opera di Dio che ha piantato il giardino come casa ospitale per l’uomo e la donna, perché sia custodito e coltivato e possa produrre frutti per i figli degli uomini. La relazione che le Scritture suggeriscono è quella della gratitudine operosa», scrive l’Arcivescovo.

Laudato si’ e Querida Amazonia sono espressione del magistero della Chiesa e «chiedono un vero e proprio cambiamento di mentalità, un nuovo modo di vivere il rapporto tra ambiente, società, cultura e umanità».

«I mesi del tempo dopo Pentecoste sono propizi alla riflessione e alla revisione critica del rapporto con l’ambiente di tutti noi – afferma l’Arcivescovo -. Propongo pertanto che questo tempo sia messo a frutto anche per la recezione dell’insegnamento sull’ecologia integrale. Si tratta di leggere e “fare” i testi di papa Francesco. Nei documenti del magistero del Papa, infatti, non sono presentati solo concetti, ma esperienze praticabili che dall’azione conducono anche alla riflessione sapienziale e costruiscono relazioni, progetti economici, riforme politiche».

Un invito forte all’impegno concreto, scuotendosi dal torpore: «Con lo sguardo educato dal magistero di papa Francesco e della dottrina sociale della Chiesa dobbiamo prendere coscienza dell’intollerabile ingiustizia che crea una disuguaglianza iniqua tra chi consuma troppo, rapinando terre e ricchezze altrui, e chi soffre la miseria, le malattie, le prepotenze. L’ingiustizia non diventa giusta solo perché “legale”, secondo leggi e trattati insindacabili perché garantiti dalla potenza del denaro e delle armi».

«Nella formazione e promozione di una sensibilità cristiana verso il creato la nostra terra ha molte potenzialità e le presenze attive sono esemplari per competenza, generosità e lungimiranza. Sono attitudini che hanno radici antiche», ricorda l’Arcivescovo pensando alla testimonianza nei secoli degli Ordini religiosi in Lombardia, un patrimonio da non disperdere; le realtà educative come lo scoutismo, ma anche associazioni professionali e di volontari «che vivono con una premura umanistica il rapporto con l’ambiente. Penso a coloro che lavorano la terra e in particolare alle aziende associate nella Coldiretti che onora la sua ispirazione cristiana». Ma anche le forze dell’ordine per la cura dell’ambiente (come i Forestali), la Protezione civile, l’Associazione nazionale Alpini, il Cai, le Pro Loco.

Stili di vita

Tuttavia questo non basta, è necessario un ripensamento profondo degli stili di vita di ciascuno. «Papa Francesco ci invita a coltivare una spiritualità ecologica che cambi il nostro modo di vivere l’esistenza quotidiana per realizzare “nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita” (LS 202) ispirati alla sobrietà, alla solidarietà, alla condivisione e alla cura vicendevole. Promuoviamo una nuova alleanza tra l’umanità e l’ambiente!».

Guardare con sapienza alle emergenze

Di fronte alle emergenze la Chiesa sul territorio deve essere in prima linea: «La vita e le attività delle nostre comunità non possono sopravvivere senza lasciarsi provocare e senza tentare vie per dare risposte alla gente. Invito ogni comunità e ogni persona a cercare la sapienza che viene dall’alto per interpretare le emergenze, le esperienze e i percorsi che siamo chiamati ad avviare e a esplorare».

Ma di quali emergenze parla l’Arcivescovo? Innanzitutto l’emergenza sanitaria, non dimenticando quello che è accaduto in questo ultimo anno. «Dobbiamo ribadire la gratitudine e l’ammirazione per tutto il personale sanitario e l’organizzazione della sanità per quanto hanno fatto, uomini e donne che si sono dedicati fino al sacrificio alla cura dei malati. Insieme è necessario porre domande e cercare risposte per quello che non ha funzionato, per il peso troppo insopportabile delle persone isolate».

Da molto tempo monsignor Delpini ricorda a tutti anche l’emergenza spirituale. «Una riflessione sapienziale sul dramma che si vive permette di riconoscere l’aridità di animi occupati dall’ossessione degli aggiornamenti, dalla banalità delle parole, dal non saper pregare, da un pensiero troppo materialista e troppo funzionale. La meditazione delle Scritture, la lectio divina, la pratica del silenzio, la rivisitazione del patrimonio culturale, artistico, spirituale della tradizione cristiana e della cultura contemporanea sono percorsi che le nostre comunità devono suggerire per porre rimedio all’emergenza spirituale».

Le ricadute della pandemia sono molto pesanti anche sul fronte lavorativo: si tratta dell’emergenza occupazionale. «Troppe persone hanno vissuto una drammatica precarietà nel loro lavoro e molte paure sulla possibilità di conservarlo. Il lavoro è necessario per guadagnarsi il pane e per la propria dignità. La sapienza di secoli e la ricchezza della dottrina sociale della Chiesa sono punti di riferimento importanti per non immaginare che “i soldi dell’Europa” siano una soluzione per tutto».

L’Arcivescovo non manca di ricordare lo specifico tessuto lavorativo milanese e lombardo: «Le nostre terre hanno una sapienza del lavoro che ha saputo creare condizioni di benessere per molti. Questo è il tempo propizio perché di nuovo portino frutto la competenza, l’intraprendenza, il coraggio della gente che ama il lavoro. Imprenditori, lavoratori, sindacati e associazioni di categoria nate per propiziare azioni condivise di cristiani nel mondo lavorativo (Acli, Ucid, eccetera), tutti sono chiamati a confrontarsi, a cercare insieme soluzioni».

Quest’anno ha colpito in maniera significativa anche i più giovani: è l’emergenza educativa. Ricorda l’Arcivescovo: «Le scelte compiute per la gestione della scuola, motivate dalla necessità di limitare la diffusione dei contagi, hanno avuto su molti ragazzi e adolescenti effetti devastanti, creando o aggravando disagi psicologici, problemi relazionali, abbandoni scolastici. La comunità cristiana si sente in dovere e si sente in grado di offrire una collaborazione significativa alle famiglie per affrontare segnali preoccupanti e disagi profondi».

Monsignor Delpini confida nella collaborazione degli oratori e delle aggregazioni giovanili con la scuola, con le società sportive, valorizzando anche la «ricchezza delle scuole paritarie cattoliche e di ispirazione cristiana come risorsa creativa per tutta la società, per ripensare la didattica e nuovi percorsi formativi».

L’interpretazione cristiana della vita come vocazione

In conclusione della Lettera, l’Arcivescovo pone l’attenzione al tema della vocazione. «È necessario insistere per dissolvere i malintesi che si sono depositati nel linguaggio e nella mentalità diffusa. I cristiani, quando parlano di “vocazione”, intendono dire che la fede orienta le scelte della vita e non parlano di una predestinazione a fare una cosa o l’altra».

Per aiutare soprattutto adolescenti e giovani a maturare la propria scelta di vita, non solo sacerdotale o religiosa, esistono da tempo realtà e iniziative da valorizzare come «oratorio estivo, settimane di formazione, esercizi spirituali, conclusione del Gruppo Samuele e altri appuntamenti che vorrebbero offrire un contributo a vivere la propria vita come vocazione».

«Intendere la vita come vocazione – precisa monsignor Delpini – non significa aspettarsi una qualche telefonata di Dio per orientare la scelta, ma rileggere alla luce della Parola di Gesù le proprie aspirazioni e i propri desideri, le proprie capacità, le proprie condizioni. È vocazione quella scelta che purifica il cuore da presunzione o sottovalutazione di sé, da ambizioni e avidità, da pigrizie e paure, e si lascia orientare dalla chiamata a servire, a condividere, a mettere a frutto i propri talenti per un bene non solo egocentrico».

 

 

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