Il richiamo dell’Arcivescovo nella lettera per il tempo dopo Pentecoste: una pratica che si impara nel tempo, vivendo e lasciandosi istruire, una capacità di leggere in profondità gli eventi, intuendo l’appello che essi contengono

di  don Cristiano Passoni
Assistente generale Ac ambrosiana

giovani e vocazione Cropped

Nella sua lettera per il tempo dopo Pentecoste l’Arcivescovo invita a invocare «il dono dello Spirito perché ci spinga a uscire dalla chiusura delle nostre paure, delle nostre pigrizie, delle nostre incertezze». Tra i temi forti di questo tempo, lasciandosi guidare dalla sapienza di Siracide, indica quello della «vocazione», tema poco frequentato e insieme temuto, perlopiù riservato a un linguaggio ecclesiastico, sempre più ristretto. Tuttavia, «non è inutile, che la comunità cristiana, con tutte le sue domande e i suoi drammi, provi a insistere per illustrare come i discepoli di Gesù intendono la vita e il suo senso». Opportunamente, parlare di questo significa parlare di «vocazione».

Lo spunto per rifletterci viene dallo stesso Siracide, nel suo invito a osservare «i segni dei tempi» (Sir 42,18d). Ma chi sono la donna e l’uomo saggio che hanno imparato a scrutarli e a trovare in essi il senso della propria vita, vale a dire la propria «vocazione»?

Nei grandi passaggi della storia personale e comunitaria sorge sempre urgente la ricerca di modalità tramite le quali leggere il tutto. Si tratta di dare un nome alla «crisi» sperimentata, che in qualche modo ha messo in discussione il modo di vivere corrente, aprendo una faglia difficilmente eludibile e, insieme, di ravvivare con la speranza l’incertezza che ha profondamente interrogato. Come descrivere il tempo vissuto e come rappresentarci in esso? Soprattutto come vivere nella novità che si è imposta? Sulla soglia di un nuovo avvio, dentro e oltre il tempo della pandemia, questa domanda di senso, di «vocazione» ci raggiunge da ogni parte. In fondo è la grande opportunità di questa stagione.

Vivere secondo sapienza è la capacità di vivere bene, di stare nelle relazioni, faticose o luminose che siano, di abitare il mondo, di essere in rapporto con le cose, con gli avvenimenti, con gli altri. È praticare una lettura sapiente del passato, del presente e del futuro. Nella sua indagine la «sapienza» presta attenzione non solo agli accadimenti, per così dire, esterni, ma anche a quel luogo intimo non meglio definito che è il «cuore», con i suoi mormorii, le sue passioni, le sue gioie, i suoi desideri, i suoi slanci e le sue cadute. È una lettura dell’interiorità nella certezza che essa, nella sua profondità insondabile e problematica, è anche abitata dalla presenza di Dio.

Così intesa, la sapienza che legge la vita come vocazione manifesta sempre un tratto, per così dire, artigianale, mai scontato e appreso una volta per tutte, per il quale, invece, occorre un raffinato e continuo apprendistato. Esso non consiste in una serie anche complessa di dati di cui appropriarsi, tanto meno in una tecnica che si fa padrona del costruire e del produrre. Oggi il rischio di una vita pesantemente schiacciata su questo livello, in balia del consumo rapido e indotto è altissimo. Piuttosto la sapienza della vita come vocazione è una pratica che si impara nel tempo, vivendo e lasciandosi istruire. Non è un accumulo di informazioni che ingombrano la vita, quanto una capacità di leggere in profondità gli eventi, intuendo l’appello che essi contengono. È, in fondo, quanto Gesù rimprovera alle folle, capaci di leggere l’arrivo della pioggia o del caldo, ma non il «tempo» che lui ha inaugurato: «Come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 56). «La vita come vocazione ci porta a riconoscere negli incontri che facciamo, nelle circostanze in cui ci troviamo, negli esempi che ci colpiscono una chiamata ad abbracciare una determinata forma vocazionale per essere “santi e immacolati”».

 

 

 

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