Migliaia di persone, tra cui oltre 2700 ragazzi, hanno partecipato alla celebrazione eucaristica presieduta dall’Arcivescovo che, nella solennità di don Bosco, ha ricordato i 70 anni della presenza salesiana a Sesto San Giovanni. «C’è bisogno infinito di amicizia, di compassione, di misericordia. Mettete a frutto il vostro tempo per fare del bene»  

di Annamaria BRACCINI

Salesiani

 

«Non perdete tempo, non sprecate la giovinezza, siate persone che guardano avanti, rallegratevi perché il Signore è vicino. Avete una ragione per cui siete al mondo: rendere contenti gli altri». Un invito a essere fiduciosi, a non chiudersi «in uno scetticismo scoraggiato», scandito più volte. Così l’Arcivescovo si rivolge agli oltre 2700 ragazzi che, arrivati da Sesto San Giovanni, si affollano in Duomo accompagnati dai loro educatori, formatori, insegnanti e genitori.

È la grande festa con cui si ricorda il 70mo della presenza salesiana a Sesto, che prese avvio – per volere del beato cardinale Schuster – l’8 dicembre 1948 da una baracca, in puro stile don Bosco, sotto la guida di don Francesco Beniamino Della Torre, che avrebbe poi fondato anche il Centro di Arese. Oggi i Salesiani, nel quartiere Rondinella, educano dalla scuola media alla formazione professionale, con Iti, Licei e un Istituto tecnico superiore post-diploma. Due le parrocchie a loro affidate con un oratorio vivace e frequentatissimo. E, quindi, non si può che ringraziare il Signore, proprio nel giorno che ricorda la solennità di Don Bosco, tutti insieme, con tanti sacerdoti che ne continuano l’opera e che, sull’altare maggiore attorno a monsignor Delpini, concelebrano l’Eucaristia. Tra loro anche il Superiore dell’Ispettoria Lombardia-Emilia Romagna don Giuliano Giacomazzi e don Elio Cesari, direttore delle Opere Sociali Don Bosco di Sesto, che, rivolto all’Arcivescovo, dice: «Qui, in questo stesso Duomo, il 1 febbraio 2014, fu lei ad accogliere l’urna di don Bosco. Ci sentiamo felicemente parte di questa nostra Arcidiocesi».

La riflessione del Vescovo, che si dice grato «per l’impressionante opera educativa svolta dai Salesiani e l’aiuto offerto alla Chiesa ambrosiana», pare essere adatta soprattutto ai giovani che ha davanti, ma, in realtà, riguarda tutti: «Il vostro passato non è abbastanza lungo per essere una zavorra che pesa sulle spalle al punto da rallentare il passo e lo slancio verso il futuro. La tua storia, come la storia di casa tua, anche se ha attraversato dure prove e dispiaceri, anche se ci sono state cattiverie e ferite, forse persino lutti dolorosi, non è una strada interrotta, non è un marchio di sconfitta, non è una predestinazione al nulla o alla dannazione. I tuoi sensi di colpa, qualunque cosa sia successa, non sono abbastanza motivati per intrappolare le speranze in uno scetticismo scoraggiato».

Da qui la speranza, contro derive pessimistiche tanto – troppo – frequenti oggi: «La minaccia iscritta nell’essere vivi in questo mondo, le voci di allarme e la cappa opprimente che dipinge un futuro inospitale e minaccioso, la complessità presente e le difficoltà prevedibili non sono un muro così invalicabile da precludere percorsi lieti, coraggiosi, lungimiranti». Insomma, occorre felici se non altro perché sugli uomini si posa sempre lo sguardo di Dio. Quello sguardo «che traspare nelle persone amiche, negli educatori sapienti, che è obbligatorio per tutti coloro che condividono il carisma e lo stile di don Bosco. Lo sguardo di Dio è uno sguardo che legge in profondità, oltre le etichette che ti hanno messo i tuoi amici o nemici, oltre il buio che ti impaurisce, oltre lo scoraggiamento che ti paralizza. Don Bosco ha imparato a guardare i ragazzi di Torino con lo sguardo di Dio, si è stupito di quanto bene c’è in ogni ragazzo e ragazza, è rimasto ammirato di quanto bene può venire da quel tale dal quale nessuno si aspettava niente».

Così, sull’esempio dei Santi, dobbiamo guardarci gli uni gli altri, suggerisce Delpini: «Noi che abbiamo coscienza di non essere modelli ineccepibili, non presumiamo di proporci come esempi capaci di tutto il bene possibile. Tuttavia, osiamo professare e annunciare che siamo contenti di avere seguito la via del bene, invece che la via del male, di aver obbedito a Dio piuttosto che allo spirito del mondo e abbiamo buone ragioni per proporre a tutti di camminare sulla medesima strada di Gesù. Noi non siamo come quegli adulti scoraggiati che dicono: “Non diventate come noi perché abbiamo sbagliato, siamo delusi di noi stessi”. Noi diciamo: “Andate avanti”».

L’esortazione, nelle parole dell’Arcivescovo, è «esigente» e chiarissima: «Mettete a frutto il tempo per fare del bene. C’è un’attesa enorme di sorrisi e di gioia: cominciate a sorridere. C’è un bisogno infinito di amicizia, di compassione, di misericordia, dunque, siate amici affidabili, aprite il cuore alla compassione, imparate a perdonare. Noi non siamo fatti per la banalità, lo squallore, la volgarità. Elevatevi a quella nobiltà che sa apprezzare il bello, custodire l’originalità, distinguersi non per la stupidità, ma per l’arte di fare il bene, per il gusto delle cose belle, la sobrietà dignitosa di chi sa fare a meno di tutto, ma non della gioia. Non perdete tempo, siate persone che guardano i tempi, che nobilitano il mondo. E, soprattutto, prima di tutto e in tutto, ricordiamo che la gloria di Dio riempie il cielo e la terra: l’amore di Dio vi abbraccia, siate lieti».

Poi, i gesti belli e significativi come, all’offertorio, il dono di 70 palloni che l’Arcivescovo, a sua volta, donerà a oratori della Diocesi e di due assegni, di cui uno di 63 mila euro, frutto della lotteria missionaria, destinati a progetti in Etiopia, Sud Sudan e in Myanmar. Alla fine, c’è tempo ancora per quello che monsignor Delpini definisce il suo editto: «Vi chiedo, anzi, vi ordino di scrivere su un foglio che leggerete ogni mattina o di inserire nei vostri cellulari una sveglia con una frase che dica: “Chi posso rendere contento oggi?”».

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