Nella Giornata diocesana della Parola, partecipanti ai Gruppi di ascolto provenienti da tutta la Diocesi, hanno incontrato l’Arcivescovo portando alcune testimonianze. «Chiedetevi come essere attrattivi e capaci di positività»

di Annamaria BRACCINI

delpini gruppia ascolto 2018 (D)

Si presentano così all’Arcivescovo, come un unico grande Gruppo per un incontro fortemente voluto dalla base di queste importanti realtà, e, in Duomo, nella prima domenica di Quaresima, Giornata diocesana della Parola di Dio, il dialogo che ne nasce, tra testimonianze e riflessioni, non delude le attese per un appuntamento che ha solo due precedenti, nel 1997 con il cardinale Martini e, nel 2010, quando i Gruppi furono convocati dal cardinale Tettamanzi.
Certamente molte cose sono mutate negli oltre trent’anni trascorsi dal sorgere dei Gruppi stessi, affidati originariamente alla cura dell’Azione Cattolica e nati per l’impulso dei padri Oblati di Rho, in preparazione e come frutto delle missioni popolari. Ma alcuni punti fermi sono rimasti tali, come spiega, nel suo saluto di apertura, don Matteo Crimella, responsabile della Sezione per l’Apostolato Biblico, che dice: «Al cuore di ogni incontro vi è la proclamazione della Parola di Dio: essa è spiegata e commentata, dal suo ascolto nasce la comunicazione fra i membri del Gruppo e sgorga la preghiera». Inoltre, «tutto ciò avviene nelle case, laddove la gente vive. La scelta dell’ambiente domestico permette di accogliere altri, crea relazioni di buon vicinato, dona la gioia di vivere, fra le mura di casa, un’intensa comunicazione nella fede».
Infine, la terza caratteristica: «i Gruppi sono guidati solo da laici. Non si tratta di un ripiego per la mancanza di sacerdoti, ma di un’esplicita scelta pastorale, al fine di valorizzare la vocazione battesimale, scommettendo sulla maturità cristiana del laicato».
Laici consapevoli, dunque, come appare con chiarezza da coloro che portano, in Cattedrale, alcune testimonianze, dopo la consueta invocazione dello Spirito Santo – elevata ugualmente nella chiesa madre, così come avviene nelle singole case -, la lettura del brano del Vangelo di Giovanni al capitolo 12, 20-24, scelto in consonanza con l’avvio del tempo quaresimale, la spiegazione della pagina e del suo contesto.
A metà del capitolo 12esimo, lo stralcio di Giovanni si inserisce tra l’ingresso in Gerusalemme di Cristo e i successivi momenti che porteranno alla sua Passione. Di particolare rilievo, nel brano, la richiesta venuta da un gruppo di greci che chiedono a Filippo di vedere Gesù.
«Cosa ci indica questo? Ci dice che l’uomo, che sia apostolo o pagano, fa la stessa domanda: “Voglio vedere Gesù, voglio vedere il Padre” e Gesù risponderà “Chi ha visto me, ha visto il Padre”, rivelando così che in fondo all’animo dell’uomo, sia apostolo che pagano, c’è lo stesso desiderio di Dio», spiega Giuseppe Bertuccio, animatore di Verano Brianza, che aggiunge: «È lo stesso desiderio che abbiamo anche noi quando, nei nostri Gruppi, vogliamo, attraverso la Parola, vedere e conoscere il volto di Dio. Come sempre domandiamoci cosa ci dice questo brano di Dio e dell’uomo e cosa ci invita a fare e a essere nel quotidiano».
Una prima risposta viene da Francesco, un giovane di Saronno.
«Questa è la nostra ora di glorificare il Signore avendo il coraggio e l’onestà dei greci che chiedono di Gesù, il coraggio e l’amicizia dei discepoli. Anche noi siamo chiamati a offrire la nostra vita sul suo esempio. Così come è giunta l’ora che rivolgiamo i nostri occhi e quelli dei nostri amici a Lui, allo stesso modo è giunta anche l’ora che viviamo sul suo esempio. Cosa significa questo oggi, per il nostro vissuto di giovani adulti nella società?. Forse è giunta l’ora di riscoprire la speranza nella famiglia, nel lavoro, tra gli amici, nel mondo intero».
“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto”. Parte da qui la riflessione di Ivan e Nicoletta Mariani, una coppia di coniugi di Bovisio Masciago. «Questa Parola – racconta Ivan – ci era stata annunciata anche quando eravamo giovani. Allora l’avevamo accolta come Parola esigente, ma soprattutto riservata ad altri. Nella nostra vita di coppia è, invece, tornata a risuonare fondamentale. È stata la Parola che ha scandito scelte importanti, perché l’abbiamo fatta nostra come Parola di un amore donato gratuitamente. Ci ha resi liberi di decidere, nonostante i nostri limiti, le paure e le insicurezze, le inevitabili stanchezze e le difficoltà, per esempio, di una malattia in famiglia». Così, suggeriscono i coniugi, è possibile creare anche rapporti di buon vicinato, «ricevendo e donando con generosità la “decima”», come ha chiesto più volte l’Arcivescovo.
Infine Giuseppina, 74 anni, medico in pensione di Bresso, che da un ventennio frequenta un Gruppo di ascolto con i vicini di casa. «Ho lavorato con impegno e passione e, per questo, ho ricevuto molta riconoscenza, ma mi accorgevo che avevo ancora fame e sete di qualcosa che desse significato pieno al mio esistere. Se lasciamo morire il nostro egoismo, ci accorgiamo che abbiamo più serenità e fiducia e, così, anche la Parola diventa concreta e il pane spezzato dà pienezza e senso alla nostra vita».

La riflessione dell’Arcivescovo

Arrivano così il ringraziamento e l’apprezzamento dell’Arcivescovo per i Gruppi, «uno strumento prezioso che dice come la Parola porti frutto, aiuti a custodire la speranza, guidi il cammino», sottolinea aprendo il suo intervento monsignor Delpini. «La liturgia ha sempre voluto sottolineare che è come se avessimo due mense, quella della Parola e quella del pane. Usare gli stessi segni, per accompagnare il libro del Vangelo e l’Eucaristia nella Messa, rivela che si tratta dello stesso momento perché è solo Gesù che ci parla. È Lui che cerchiamo perché siamo persuasi che, senza il Signore, la nostra vita sia come costruita sulle nuvole, la volontà di essere buoni diventi velleitaria, lo sguardo che rivogliamo al nostro futuro sia desolato. Invece, Gesù è qui e ci parla e voi lo testimoniate con l’incontro dei Gruppi di ascolto. Ospitare nelle case dice una prossimità che è la stessa dei greci che si rivolgono a Filippo e Andrea per vedere Gesù».
Così nasce, per l’Arcivescovo, la responsabilità della prossimità. «Domandiamoci come mai tante persone non ci chiedono di conoscere il Signore. Forse perché il nostro modo di essere discepoli non è abbastanza luminoso, per desiderare di vedere la luce. Dobbiamo rendere più limpida la testimonianza perché il Gruppo non è un club privato, ma una realtà che ha una ragione particolare per ritrovarsi».
Da qui la sfida: «Il Gruppo di ascolto può diventare una provocazione per il buon vicinato che mi sembra lo strumento più promettente per ricostruire il tessuto del Paese e della città. Occorre essere interlocutori della domanda che viene magari un poco confusa, ma che può essere l’inizio della fede. Così nasce la Chiesa».
Nel richiamo al Sinodo minore arriva, infine, la consegna.
«Come accettare la sfida di essere ancora attraenti e capaci d positività? Questa è la domanda che vi lascio come impegno. Vi incoraggio a proporre a qualcuno di unirsi al vostro Gruppo, magari a persone poco interessate, che stentano a sentirsi accolti nelle nostre comunità, che, magari non sono abbastanza persuase ad andare a Messa o stranieri che non parlano bene la nostra lingua. Se li invitiamo, potranno trovare la gioia di essere cristiani attivi e partecipi. Non è semplice, ma è una sfida a cui non possiamo sottrarci».

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