Pubblichiamo l’omelia che l’Arcivescovo ha pronunciato nelle celebrazioni eucaristiche presiedute ieri e oggi nelle parrocchie di Baranzate e Cesate, durante la Visita pastorale al Decanato di Bollate

di monsignor Mario DELPINI
Arcivescovo di Milano

L’impressione del fallimento

Serpeggia tra di noi l’impressione del fallimento. Le notizie di cronaca, per loro natura selettive e intenzionalmente deprimenti, diffondono una specie di gas velenoso che non provoca la morte, ma lo scoraggiamento, non impedisce di vivere, ma ne spegne la gioia, non vuole convincere alla disperazione, ma suggerisce che è ragionevole rinunciare alla speranza.

Basta un incidente ferroviario per far dubitare della sicurezza di tutti i treni, basta un virus sconosciuto per diffondere spavento in tutto il pianeta, s’intende nel pianeta che interessa alla cronaca.

L’impressione del fallimento della pretesa di sconfiggere tutti i nemici, l’impressione del fallimento delle ambizioni umane di correre sempre più veloce, sempre meglio, si diffonde rapidamente e suscita una convinzione più inestirpabile dell’evidenza.

Che cosa dicono i cristiani? Che cosa fanno?

La comunità cristiana presente nel territorio non può essere estranea al suo tempo e, respirando l’aria che tira, si lascia facilmente contagiare dall’impressione del fallimento.

Giudica fallimentare anche la propria vita, secondo la parola del profeta perché siamo rimasti pochi. I cristiani del nostro tempo trovano spontaneo registrare il loro fallimento. Ma sarà così che ci vuole il Signore?

La Parola di Dio propone altre reazioni alla diffusione dell’impressione del fallimento.

Baruch propone di pregare: ascolta, Signore, la nostra preghiera, la nostra supplica

Quando l’impressione che si ricava dal ripensare la propria storia, la storia del popolo, la vicenda della comunità induce a constatare il fallimento, la dispersione, l’insignificanza, la parola del profeta distoglie dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione e propone di pregare.

La preghiera è l’espressione della fede: la certezza che il Padre che sta nei cieli non è lontano, non è estraneo alla vita del suo popolo, non è indifferente alla vita di nessuno dei suoi figli. Il Padre è presente: Gesù, il Figlio, ha camminato sulle strade degli uomini per aprire agli uomini le strade di Dio. La preghiera che si innalza dal Figlio e da tutti coloro che sono con il Figlio un solo corpo e un solo spirito per opera di Spirito Santo è espressione della fede: ci affidiamo al Padre per dare compimento alla sua volontà di salvare tutti.

La comunità dei discepoli è una comunità che prega: attesta che il proprio destino e quello di tutta l’umanità non è deciso dalla banalità della cronaca, non è imposto sulle spalle di uomini di buona volontà così pochi, così imperfetti, così disprezzati dai potenti del mondo.

Siamo una comunità che prega, che ama e prega, che lavora e prega, che prova compassione per chi soffre e prega, che soccorre e prega, che soffre e prega.

Gesù propone il perdono che cambia la vita: neanchio ti condanno; va e dora in poi non peccare più.

Di fronte alle storie sbagliate, di fronte agli amori falliti, di fronte ai sogni finiti nel nulla per la fragilità, per la cattiveria, per l’istintività, Gesù non si mette dalla parte della legge che condanna, ma dalla parte del Padre che perdona. La legge che condanna presume di eliminare il peccato eliminando il peccatore, la peccatrice. Gesù invece vince il male rendendo possibile a chi ha peccato di cambiare vita e diventare santo.

Il perdono è il segreto dell’onnipotenza di Dio che può rimediare all’irrimediabile, cioè avvolgere di misericordia il passato (quello che è stato è stato!), così che persino dal male si possa trarre il bene, persino un peccatore possa diventare santo, persino il servo possa diventare figlio.

I discepoli vivono nella grazia del perdono e la Chiesa è inviata nella storia per far giungere a tutti quella misericordia che cambia il cuore e la vita. Nessuno deve disperare, nessuno deve perdere la stima di sé, neppure quando ha sbagliato e ha fatto del male, per sé e per gli altri.

La visita pastorale

La visita pastorale è l’occasione per il Vescovo di dire di persona quello che dicono ogni giorno coloro che sono mandati dal Vescovo (i preti, i diaconi, gli operatori pastorali): voi mi siete cari, voi mi state a cuore, sento responsabilità per voi.

La visita pastorale è l’occasione per invitare ogni comunità ad aprirsi a relazioni di collaborazione, fraternità, condivisione con le altre comunità del territorio, entro la Chiesa diocesana.

La visita pastorale è l’occasione per incoraggiare la comunità cristiana a vivere la missione che il Signore ha affidato alla Chiesa.

La comunità cristiana è presente nella storia per interpretare in modo cristiano il fallimento e il successo, i giorni del trionfo e i giorni della sconfitta.

I cristiani infatti sono il popolo della speranza, perché pregano, perché conoscono il mistero di Dio come amore che vuole salvare e che accompagna la storia umana con la sua provvidenza.

I cristiani sono il popolo della speranza, perché si riconoscono peccatori perdonati e perciò non si sentono di condannare, ma di incoraggiare la conversione, di suggerire l’invocazione della misericordia.

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