Il preside della Facoltà teologica commenta la proposta pastorale per l’anno 2020-2021. «Un nuovo stile di vita comincia dal lasciarsi ammaestrare dalla situazione vissuta»

di Annamaria BRACCINI

Massimo Epis
Don Massimo Epis

Un appello affinché non si dimentichi quanto si è vissuto e perché il «nulla sarà più come prima» non rimanga solo una frase fatta. Don Massimo Epis, preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, legge così l’invito rivolto ai fedeli ambrosiani dall’Arcivescovo che, nell’introduzione alla sua proposta pastorale per l’anno 2020-2021, pone le parole di San Carlo Borromeo nel Memoriale ai milanesi del 1579, scritto dopo la devastante peste del 1576. «È un appello alla responsabilità», infatti, chiarisce subito.

In che senso?
Oggi mi pare che siamo esposti a due estremi: da una parte il catastrofismo – e ci sono buone ragioni per essere allarmati e preoccupati -, dall’altra un po’ di ingenuità, una sorta di utopia che si anestetizza nei confronti di quello che, ora, forse cominciamo a vedere alle nostre spalle. Credo che, nell’invito alla sapienza del nostro Arcivescovo, si possa leggere proprio questo: il suggerimento a cercare il bene possibile in un contesto solcato da profonde ferite e anche da tragedie, senza l’illusione di poterci dotare di un “prontuario” precostituito. La sapienza è piuttosto il nome di un’arte, di uno stile di vita, che comincia dal lasciarsi ammaestrare dalla situazione. Questo vuol dire, anzitutto, cogliere le domande radicali che la realtà che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo porta con sé. La ricerca della sapienza è come il dotarsi di una bussola, che non esime dalla fatica del cammino, ma che piuttosto, spinge a muoversi senza smarrirsi.

Fra queste emergenze che sono nate con la pandemia c’è certamente quella di «cambiare il cuore», di pensare a una nuova fraternità e benevolenza: in sintesi, un ritorno all’essenziale. Per lei, cosa significa questo?
Faccio eco all’Arcivescovo quando, nel tracciare il sentiero di una sapienza come ritorno all’essenziale, invita ad abitare alcuni luoghi, due in particolare, che rivelano la verità dell’umano: il corpo e il tema della sofferenza e della morte. In questi mesi abbiamo vissuto esperienze di segregazione e, in alcuni casi, di prostrazione. In tale orizzonte, abitare il corpo con sapienza vuol dire rendersi conto della nostra bellezza nella fragilità, significa rendersi conto che ciascuno di noi ha bisogno costantemente di cura. Come a dire che la vocazione originaria della nostra corporeità non è quella della prestazione, della performance, quanto piuttosto dell’incontro, della sollecitudine reciproca. Circa il secondo luogo di esperienza che rivela la verità dell’umano, è inevitabile confrontarsi con la sofferenza e con la morte. Credo che l’Arcivescovo ci inviti a cogliere, anche in questo abisso, l’opportunità di fare i conti con il limite che noi siamo e della domanda di salvezza che sale dal nostro cuore.

Non a caso l’icona biblica della proposta è il Siracide, che offre tanti insegnamenti concreti…
Penso che, in maniera molto efficace, l’Arcivescovo abbia messo in luce due caratteristiche della sapienza che non sono alternative: la sapienza è un dono e, allo stesso tempo, un compito. È un dono che viene dall’alto, come invochiamo nella preghiera. Insieme, però, la nostra preghiera non può essere autentica senza la consapevolezza di un esercizio che ci implichi direttamente. A riguardo di questa responsabilità – di quello che chiamerei un cimento della nostra libertà -, sempre l’Arcivescovo ne indica almeno due caratteristiche. Anzitutto, che si tratta di un cammino che ha come sua condizione e come suo frutto sperato l’amicizia. La sapienza non si costruisce in maniera individualistica, ma sempre in un esercizio di dialogo, che include una disposizione all’arricchimento reciproco, anche tra fedi diverse. Il secondo tratto è la cura della casa comune. Infatti, ci chiede di rileggere la Laudato si’. Qui incrociamo quel monito che, in maniera davvero struggente, papa Francesco, il 27 marzo scorso, ha pronunciato in piazza San Pietro: «Abbiamo proseguito imperterriti pensando di vivere sempre sani in un mondo malato». Dobbiamo cambiare e farlo tutti insieme».

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