Nel testo «ammirazione e riconoscenza»: «La dedizione fino al sacrificio, fino alla fatica estrema che avete vissuto nel momento drammatico della pandemia dimostrano un'attitudine che è consueta e una pratica che è quotidiana»

di Pino Nardi

Operatori sanitari

«La dedizione fino al sacrificio, fino alla fatica estrema, fino all’eroismo che lei e il personale sanitario avete vissuto nel momento drammatico dell’epidemia confermano un’attitudine che è consueta e una pratica che è quotidiana. “Dovrebbero farle un monumento!”. Certo, una frase un po’ fatta, che sa però unire in un’immagine tutto lo stupore, l’ammirazione e la dovuta riconoscenza che merita». Così mons. Mario Delpini inizia la sua Lettera agli operatori sanitari (in allegato).

Riconoscenza

Innanzitutto la «ragione più personale è la riconoscenza». Scrive l’arcivescovo: «La competenza professionale, l’esperienza che insegna i tratti della delicatezza e dell’efficacia, la dedicazione del tempo e la prontezza nel farsi presente per rassicurare, offrire sollievo, ricordare medicine da prendere o attenzioni da avere, trasformano la prestazione in prossimità. I malati sono riconoscenti perché sperimentano la presenza».

Una vicinanza così importante alla persona che soffre: «Voi tutti siete la risposta pronta alla chiamata. Siete la parola rassicurante quando si è preoccupati. Siete il sorriso amico, che nessun manuale può prescrivere, quando ci si sente scoraggiati. Siete la battuta pronta, quando c’è il clima adatto. Siete il rimprovero fermo, quando ce n’è bisogno».

Ammirazione e stupore

«La ragione più obiettiva è, poi, l’ammirazione», sostiene mons. Delpini, ripensando anche a questi lunghi mesi, quando tutti hanno guardato a medici, infermieri e operatori sanitari come eroi. «Tutti, infatti, riconosciamo nel vostro servizio quella sintesi di competenza e di attenzione alle persone che ha qualche cosa di unico e di splendido, di quotidiano e di straordinario, di bello e di eroico. Ci sono lavori che rivelano qualcosa di mirabile nell’essere umano. In un contesto che sembra incline più a denigrare che a esaltare l’umanità, ci sono non solo persone, ma intere categorie davanti alle quali si rimane stupiti».

Tutta l’umanità che passa dalle “mani con i guanti”

Molto efficace questa immagine donata dall’arcivescovo. «Desidero, insistere sul bene che lei e tutti i suoi colleghi vivete e fate, non solo “sul lavoro”, ma anche con quello che insegnate a tutti noi. Lei tocca l’umanità, le sue mani con i guanti passano sulle ferite, sui punti doloranti, “sentono” il fremito e la paura, le rughe e la tenerezza. Le mani con i guanti conoscono la fragilità delle persone, la loro voglia di vivere o l’angoscia di morire, il desiderio di compagnia, l’invocazione del sollievo».

Un aiuto non solo per guarire le malattie, ma che incide anche nell’animo delle persone. «Forse anche attraverso la sua opera e pazienza si può aiutare una persona a riconoscere di avere paura, a trovare risorse di fede per sostenere il dolore e pensare alla morte, a parole e gesti di bontà per consolare e aiutare i compagni di stanza, i malati “che stanno peggio di me”».

L’arcivescovo ha anche antenne attente sullo scorrere quotidiano della vita negli ospedali. «I cappellani che passano in reparto, i preti che visitano i malati a casa mi raccontano storie edificanti di quello che persone come lei riescono a fare: curando i corpi, distribuendo medicine, medicando ferite si avviano anche percorsi di saggezza, di conversione, di ritrovata speranza e stima di sé».

L’arte del buon vicinato

Uno accanto all’altro, provenienti da mondi diversi, i malati possono contare anche su veri e propri santi. Così li definisce mons. Delpini: «Succedono anche miracoli, perché ci sono anche santi. In ospedale si incontrano quelli ordinari e sono un popolo innumerevole. Lei sa quanto una sua parola possa contribuire a vincere una timidezza, a incoraggiare un racconto, a suscitare una curiosità, un interesse gli uni per gli altri. E così, con niente, grazie al personale sanitario, si riconoscono i santi: senza tanti discorsi dicono molto, percorrono il reparto seminando sorrisi, si dispongono a raccogliere confidenze, sfoghi, implorazioni, propiziano la preghiera comune, contribuiscono a creare quel clima che è già una terapia. Si pratica così, tra persone sconosciute fino al giorno prima, l’arte del buon vicinato, lo scambio di favori, la condivisione delle esperienze… conoscenze che poi potranno diventare amicizie».

Non si finisce mai…

Il lavoro degli operatori sanitari è molto impegnativo in termini di tempo e di disponibilità. L’arcivescovo non manca allora di pensare alla loro vita personale, che va coltivata. «Sento doveroso far giungere un messaggio per dire che mi sta a cuore la sua vita personale e familiare, insieme con la qualità del servizio che lei rende ai malati che ricorrono alle Sue cure».

«Per esercitare un discernimento – continua mons. Delpini – fare il punto della situazione, è utile fermarsi un momento, di tanto in tanto, per domandarsi: che uomo, che donna sto diventando? Quali sono le mie priorità? Per chi è sposato, è anche doveroso chiederselo come coppia. Per chi riconosce in una persona saggia un punto di riferimento, come confessore, direttore spirituale, è di aiuto consigliarsi e dialogare con sincerità e disponibilità».

È perciò necessario prendersi cura di sé: «Il prendersi cura delle persone non è mai solo un lavoro e tutti le riconoscono quel coinvolgimento equilibrato che consente la compassione senza essere destabilizzante. Proprio per l’equilibrio tra i diversi aspetti della vita e quello personale è doveroso che, anche chi cura gli altri, si prenda cura di sé. L’animo umano, come il fisico, richiede attenzioni. Tutti abbiamo bisogno di pregare, di pensare, di riposare, di controllare istinti e passioni, ritmi di vita e abitudini alimentari, il tempo da dedicare alla famiglia, ai genitori anziani, ma anche a una tranquilla camminata, a un servizio di volontariato, a una presenza in comunità».

Imparare le competenze

Soprattutto dopo quello che stiamo tutti ancora vivendo non poteva mancare la gratitudine e l’apprezzamento per la competenza scientifica. «Si deve essere grati ai ricercatori e a tutti coloro che sostengono la ricerca perché scoperte affascinanti hanno reso possibile curare malattie e alleviare il dolore. È doveroso per tutto il personale sanitario l’aggiornamento e l’incremento di conoscenze e competenze. È doveroso che anche “il sistema” riconosca il merito di chi continua la sua formazione professionale».

 

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