«Don Gianni è stato un teologo appassionato al contenuto del suo insegnamento, ma anche a coloro che ne erano i destinatari per cui non aveva timore nel cercare un linguaggio chiaro e comprensibile». A ricordare così don Gianni Colzani, prete ambrosiano, ordinato nel 1964, nativo di Baruccana (MB), figura di teologo e docente molto noto, scomparso all’età di 86 anni lo scorso 8 agosto, è il suo discepolo don Francesco Scanziani.
«Il suo punto di partenza è stata la Missiologia con la tesi discussa nel 1971, dedicata appunto a “La missionarietà della Chiesa. Saggio sull’epoca moderna fino al Vaticano II” che, sicuramente, è un frutto del rinnovamento conciliare. Poi, nella sua maturità ha potuto insegnare proprio questa materia presso l’Università Urbaniana, essendo docente anche presso la Pontificia Facoltà Teologica Marianum e, negli ultimi decenni, si è dedicato molto a questa disciplina, tanto che, nel 2018, è stato visiting professor in Seminario relativamente a un aggiornamento del tema», prosegue don Scanziani, docente, a sua volta, nel Seminario arcivescovile di Venegono e in Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Antropologia teologica e, presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano, di Escatologia, avendo “ereditato” proprio da Colzani questi insegnamenti.
Don Colzani ha insegnato in vari seminari arcivescovili della Diocesi, subito dopo la sua ordinazione sacerdotale, fino ad arrivare nel 1982 in Università Cattolica e, dal 1988 al 1999, al Quadriennio teologico del Seminario. Che impronta ha dato agli studi teologici?
Naturalmente rimane la sua passione per la Missiologia – in questo contesto possiamo dire che anche il pontificato di papa Francesco sia stata per lui una conferma -, materia che, tuttavia, al tempo non era prevista in Seminario e che lo ha portato a dedicarsi alla teologia della Grazia, ripensando, da questa, l’antropologia con lo stile portato avanti da don Luigi Serenthà e da don Pino Colombo. Senza dimenticare alcune discipline annesse, come l’Escatologia e la Mariologia. Io credo che sia stato un segno forte il riconoscimento che, nel 2017, anche l’Associazione Teologica Italiana (Ati, di cui dal ’95 al ’98 ha fatto parte del Consiglio direttivo) gli ha voluto conferire, come fa per alcuni dei suoi membri particolarmente meritevoli, in virtù del contributo offerto al rinnovamento e alla qualificazione della teologia in Italia. Oggi possiamo dire che anche grazie a lui la Teologia italiana è letta, studiata e, comunque, seguita anche all’estero e che è stato una delle grandi anime dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Milano, avendo la responsabilità di tenerne alcuni insegnamenti fondamentali quali Ecclesiologia, Escatologia, Mariologia
Lei ha citato don Pino Colombo e monsignor Serenthà, figure che hanno segnato la scuola teologica del Seminario di Venegono. Quale eredità lascia don Colzani?
È stato tra i primi a rinnovare la manualistica preconciliare, la cosiddetta teologia neoscolastica, osando pubblicare dei nuovi manuali secondo lo stile del Vaticano II. Oserei dire che don Colzani è stato un teologo del Concilio, non solo perché si è formato in quegli anni, ma perché ha messo in pratica alcune indicazioni tra cui, in primis, il Cristocentrismo e, secondo, quel punto di partenza biblico della Dei Verbum che dice che la Scrittura è quasi l’anima della teologia. Credo che questo sia stato davvero il suo punto di forza così come anche l’attenzione a differenti ambiti per cui ha avuto la capacità di spaziare tra diverse discipline, tutte però collegate nel nucleo fondamentale che è il Cristocentrismo. Potremmo dire che, se consideriamo i suoi studi, i suoi interessi e le discipline, si vede che ha lavorato intorno al Nexus misteriorum che parte da Cristo, mette al centro l’uomo che è figlio di Dio e lo sviluppa in quella fraternità grande che è la Chiesa con la missione che le è propria a cui don Gianni ha dedicato agli ultimi vent’anni del suo lavoro.



