Il 31 agosto scorso è morto don Angelo Casati, lo stesso giorno in cui, quattordici anni fa aveva concluso la sua giornata terrena il cardinale Carlo Maria Martini. L’esperienza di parroco a San Giovanni in Laterano, iniziata nel 1986 e conclusa nel 2008, aveva coinciso per larga parte con l’episcopato di Martini a Milano, il “cardinale della Parola”, che riconosceva nella Parola di Dio il primato assoluto per ogni cercatore di senso. Se Martini è stato riconosciuto come il grande “interprete” della Parola, don Angelo ne è stato un innamorato “narratore”.
Ascoltare le persone che pronunciano molte parole, solitamente, è esercizio faticoso, ma con don Angelo non accadeva così. Di parole, nelle omelie, negli interventi, nei testi, ne diceva molte eppure non stancavano, perché aveva questa straordinaria capacità di rendere la Parola di Dio più “leggera”.
Il ruolo di parroco don Angelo lo esercitava così come la vecchia dizione ne descrive il compito: pastore di anime. Andando presso il suo ufficio lo potevi trovare seduto, un poco curvo, come nascosto dalle sue numerose carte: non erano documenti, contratti o questioni burocratiche, ma erano lettere, testi, scritti: di cose amministrative, poche tracce, di relazioni, anche per iscritto, moltissime.
San Giovanni in Laterano a Milano, chiesa piccola nelle dimensioni e nella “nascosta” piazza Bernini dietro a piazza Piola, è stata infatti per anni una parrocchia senza confini: certo una parrocchia “chiesa tra le case” come dice la parola greca, ma anche tra le case oltre a quei confini parrocchiali che la Curia attribuisce ad ogni chiesa-edificio. È stata tenda, per tutti i cercatori di quella “dimensione contemplativa della vita”, prima lettera pastorale di Martini a Milano che don Angelo spesso richiamava. È stata tenda quindi per credenti, credenti con particolari dubbi ma anche per tanti professi atei che pur entravano in chiesa per ascoltare le sue omelie, Lui che diceva Dio s’incontra soprattutto nella ferialità.
Nella settimana in cui si stampava “Come Albero”, mensile edito dalla parrocchia, era normale vedere nel lungo corridoio dei locali parrocchiali del piano terra, panche, sedie e scatoloni pieni di carta: era il materiale pronto per essere ciclostilato affinché queste pagine potessero raggiungere i parrocchiani ma anche tanti altri luoghi in tutta la Lombardia e anche oltre.
Come Albero era l’immagine di don Angelo: la sua copertina era sempre uguale come sempre uguale era il modo di vestire, elegante e sobrio, di don Angelo, ma il suo contenuto era sempre diverso, come ascoltare don Angelo il cui stile non è mai cambiato ma la freschezza della sua poetica sapeva donare a quanti cercavano ascolto. La cattedra dei non credenti che ha proseguito e condotto in piazza Bernini è stata crocevia di testimoni ed incontri che, non a caso, reciprocamente, vedono le proprie biografie intrecciate. Con un’attenzione: al termine degli incontri, anche se ormai si è era fatto tardi, non si doveva radunare le numerose sedie messe a disposizione, perché le conversazioni che proseguivano non dovevano essere interrotte.
Provare a definire l’eredità di don Angelo è molto difficile ma forse anche sbagliato: dire eredità è come elencare o definire qualcosa di preciso e dettagliato che in qualche modo ha un inizio e una fine. Il suo insegnamento è più che altro nel fiducioso desiderio di provare ad immaginare un Dio da incontrare sulle strade, possibilmente nei vicoli dei quartieri piuttosto che nei grandi spazi chiusi.
Affinché la Parola corra.







