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La Pasqua 2024 nella Chiesa ambrosiana

Sirio 26 - 31 maggio 2024
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Celebrazione

Delpini: «Per vivere e dare pace viviamo pienamente la Settimana santa»

Si è celebrato in Duomo il Pontificale delle Palme. L'esortazione dell'Arcivescovo: «Voi benedetti da Dio, siate benedizione per quelli che vi incontrano»

di Annamaria BRACCINI

24 Marzo 2024
Foto Agenzia Fotogramma

I discepoli di duemila anni fa e quelli di oggi che, forse smarriti, non riconoscono, non capiscono, quello che sta succedendo, quello che Gesù compie e quello che accadrà. 

Nella mattina piena di sole e di gente, tra colori e suoni tanto diversi tra loro, si avvia – e non accadeva dal 2018 – la processione che, dopo la benedizione delle Palme e degli Ulivi presso la chiesa di Santa Maria Annunciata in Camposanto con i Canonici del Capitolo della Cattedrale, i membri dell’Arciconfraternita del SS. Sacramento e degli Ordini Cavallereschi, si avvia in Duomo. Quasi a simboleggiare, entrando dal grande dal grande portone centrale della Cattedrale, il portale d’ingresso nella Settimana autentica, come il Rito ambrosiano definisce, per la sua esemplarità, la Settimana santa, al cui inizio l’Arcivescovo, celebra il Pontificale delle Palme. Quello che, forse, mai come oggi, ci vede intimiditi e spaventati di fronte a ciò che accade nel mondo. Smarriti con parole smarrite, come dice il vescovo Mario aprendo la sua omelia.   

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Le parole smarrite 

Le «parole si aggirano tra la gente e sono come smarrite, intimidite, spaventate. Avrebbero infatti un pensiero da comunicare e, invece, si spaventano quando si accorgono non di comunicare un pensiero, di provocare una ferita, una rabbia;  le parole vorrebbero creare una comunicazione, un incontro tra le persone e restano mortificate quando si accorgono che creano una rottura»

Come la parola “re” con cui la gente di Gerusalemme acclama al Signore, o come lo chiama Pilato e lo irridono i soldati presso la croce. O come, purtroppo, la parola “pace”, oggi. «Il titolo di re è, dunque, una parola che s’aggira smarrita e non sa più che cosa significhi», perché non si adatta a un “re” capace di portare la pace, mentre un messaggio di pace «è la promessa di questa celebrazione». 

Foto Agenzia Fotogramma

«La parola pace percorre la terra, bussa alle porte dei potenti, si aggira per le strade di città rovinate e di vite distrutte. La pace vuole entrare nelle case e si immagina di essere accolta come una benedizione. E, invece, nelle parole dei potenti, nelle strade delle città e persino nelle preghiere dei devoti, la pace è cacciata via», scandisce l’Arcivescovo che aggiunge. «Vattene via, pace», dicono nelle strade «noi vogliamo la vittoria, perfezionare i nostri affari; farla pagare e distruggere i nemici a costo di distruggere tutta la terra». 


I discepoli di ieri e di oggi 

E così, come i discepoli non capivano bene, anche oggi, noi, sentiamo e usiamo parole  che non servono a intendersi, ma piuttosto creano malintesi, diventano bandiere, armi per ferire, etichette per classificare», suggerisce monsignor Delpini. 

Che fare, allora? «Il Vangelo proclamato ci dà un appuntamento», la risposta. «Se volete comprendere ciò che avete visto, se volete risolvere i vostri dubbi, se volete interpretare quello che succede, allora dovrete essere là quando Gesù è glorificato, dovete seguire la vicenda fino all’ora del compimento, dovete stare con il discepolo amato, fino alla fine. Siamo chiamati a entrare nei giorni di questa Settimana autentica con l’inquietudine e il desiderio di comprendere, di ritrovare le parole per dire la verità, per creare intesa, per dare voce alla comunione che lo Spirito di Gesù vuole creare e tenere viva tra noi».

Foto Agenzia Fotogramma

Da qui la consegna. «Per ritrovare le parole da dire, per offrire a questo tempo un messaggio che possa seminare pace e costruire la fraternità, non ci resta altro da fare che vivere la Pasqua».

L’auspicio finale 

E, alla fine, c’è ancora tempo per un auspicio, da parte dell’Arcivescovo, che fa riferimento ai tanti rami di ulivo benedetto che i concelebranti e i fedeli portano tra le mani. «Questo ulivo ha tanti significati ed è un segno che si può portare nelle case amiche e vicine: un segno che Gesù vuole raggiungere tutti per dare la salvezza, la pace, la speranza. Voi benedetti da Dio, siate benedizione per quelli che vi incontrano. Preghiamo con intensità in questa settimana per riconoscere il nostro desiderio di salvezza, per andare al centro del Mistero che ci ha salvati», conclude il vescovo Mario, ricordando l’appuntamento di lunedì 25 marzo, sempre in Duomo da lui presieduto, con la celebrazione penitenziale alla quale tutti i fedeli sono invitati, avvicinandosi al sacramento della riconciliazione per cui, in ogni momento della giornata in Cattedrale, sono presenti i confessori. 

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