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Editoriale

Dilexit te: vivere di carità

Con l’esortazione Dilexit te, Papa Leone XIV sviluppa l’eredità di Papa Francesco e afferma un principio radicale: nei poveri è presente Cristo stesso. Non filantropia, ma rivelazione: la povertà evangelizza la Chiesa e la chiama a uno stile di carità che rifiuta logiche di potere e successo, per testimoniare un amore senza nemici e senza limiti

di Fabio LANDI

3 Novembre 2025
Don Fabio Landi

Il mese scorso Papa Leone XIV ha firmato la sua prima esortazione apostolica, Dilexit te. Il testo si presenta come il naturale compimento di un progetto avviato da Papa Francesco e si collega esplicitamente alla sua ultima enciclica, Dilexit nos. Se quella si concentrava sull’amore divino e umano del Cuore di Cristo, il nuovo documento intreccia a quella dimensione spirituale la concretezza dell’amore per il povero. Non si tratta, tuttavia, di una mera applicazione pratica della fede, di una specie di conseguenza morale. Al contrario, il Papa parte da un principio teologico radicale: l’identificazione piena tra Gesù e il povero. «Quel Gesù che dice: I poveri li avete sempre con voi (Mt 26,11) — osserva l’esortazione — esprime lo stesso significato quando promette ai discepoli: Io sono con voi tutti i giorni (Mt 28,20). […] Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione» (n. 5). In altri termini, «i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo» (n. 110).

Per questo, l’amore della Chiesa per i poveri «si differenzia, sia nelle motivazioni sia nello stile, dall’attività di qualunque altra organizzazione umanitaria» (n. 103). Con fulminante ironia, nel Diario di un curato di campagna di Bernanos, il parroco di Torcy dà sfogo alla propria indignazione immaginando che Cristo affermi: «Io non amo i miei poveri come le vecchie inglesi amano i gatti sperduti o i tori delle corride. Sono abitudini da ricchi, codeste». La povertà, invece, deve essere amata non per compassione, ma perché ha qualcosa da insegnarci, perché custodisce il segno di una conversione necessaria. Infatti, «sono proprio i poveri a evangelizzarci» (n. 109): ci ricordano che la logica del successo e del potere, contrariamente a quanto siamo propensi a credere, non conduce alla beatitudine.

La tentazione è quella di guardare alla povertà con disprezzo. I modelli che il mondo propone come vincenti sono quelli che accentuano l’affermazione di sé, la priorità assoluta delle proprie esigenze, l’ostentazione di una superiorità schiacciante. «Tra voi, però, non sia così», ci ammonisce il nostro Arcivescovo, invitandoci a prendere sul serio lo stile evangelico — quello che ancora Bernanos descrive come un’arte ai limiti dell’impossibile: «ristabilire il povero nel suo diritto, senza stabilirlo nella potenza», cioè senza accettare che egli prenda semplicemente il posto di chi oggi lo umilia.

La grandezza del povero, conclude il curato di campagna, è che «vive di carità». La carità, l’amore — scrive il Papa — «è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno» (n. 120).