Il Rettore del Seminario sottolinea il significato delle destinazioni quest’anno comunicate ai diaconi transeunti prima della loro ordinazione. E racconta i mesi di lockdown, «che loro hanno vissuto mettendosi a servizio della comunità del Quadriennio»

di Annamaria BRACCINI

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Monsignor Michele Di Tolve con l'Arcivescovo

Sono stati mesi molto difficili, a causa della pandemia, quelli che hanno vissuto anche tutti coloro che formano la realtà del Seminario: i formatori, i docenti, gli educatori, e, soprattutto, i giovani che si preparano per il presbiterato e che sono la parte più importante del Seminario. Tra loro, ovviamente, i diaconi transeunti che dovevano diventare i preti lo scorso 13 giugno e che verranno ordinati in Duomo dall’Arcivescovo il prossimo 5 settembre. Ventidue futuri presbiteri ambrosiani ai quali il rettore, monsignor Michele Di Tolve, esprime, anzitutto, il suo ringraziamento: «I diaconi hanno vissuto la stessa situazione degli altri seminaristi. Fino a un certo momento eravamo divisi in 4 comunità; poi – quando è scattato un lockdown ancora più rigido, dopo che i primi tamponi hanno rilevato alcuni positivi al Covid -, siamo rimasti chiusi nelle nostre camere».

Per loro, che avevano immaginato certamente di trascorrere in modo diverso gli ultimi mesi in Seminario, è stato particolarmente complesso vivere l’isolamento?
Sì, ma hanno chiesto subito la possibilità di mettersi a servizio della comunità del Quadriennio – appartenendo a questo gruppo – e, quindi, si sono occupati tutti i giorni delle mense. Hanno detto: «Vogliamo vivere da diaconi questo momento» e noi li abbiamo ringraziati infinitamente perché hanno servito per un mese e mezzo, quotidianamente, la colazione, il pranzo e la cena, preparati per ogni persona in contenitori sigillati distribuiti appunto dai diaconi, che lasciavano fuori dalla porta di ogni camera il cibo per i loro fratelli. È stato un segno molto bello della volontà di vivere secondo la vocazione di diaconi in cammino verso il presbiterato: hanno pensato alla comunità più che a loro stessi.

In ogni caso non si è mai interrotto l’aspetto formativo, con gli esami e gli ultimi passi verso l’ordinazione…
Senza dubbio. Anche i diaconi hanno partecipato alle riunioni tramite piattaforma digitale e, così, hanno anche sostenuto gli esami. Tra questi, il più impegnativo è stato quello di sintesi di Morale, che abilita a esercitare il Sacramento della Riconciliazione e che è gestito dalla Curia arcivescovile.

Sono stati tutti ammessi?
Sì, tutti hanno completato l’iter scolastico e formativo che è stato, in questo periodo, molto difficile, come per tutti, ma vissuto con grande fede e con impegno. Non siamo stati sicuramente dei privilegiati.

Sabato 27 giugno un atto probabilmente mai accaduto prima: a questi diaconi transeunti 2020 sono state comunicate le destinazioni prima dell’ordinazione. Perché questa scelta?
Via via che venivano effettuati i tamponi, chi era dichiarato negativo tornava a casa. Anche i diaconi hanno fatto un periodo di quarantena nelle loro abitazioni o nelle parrocchie di destinazione diaconale, appena c’è stata la possibilità di ripresa dell’Eucaristia. Quindi i futuri preti si trovavano già, dalle scorse settimane, nelle comunità di destinazione diaconale, in attesa di quella comunicata sabato dall’Arcivescovo, che è la prima destinazione, cioè continuerà da presbiteri. Infatti questo è il primo gruppo per il quale vengono distinte le due destinazioni. Dovevano ricevere la destinazione da preti il 27 giugno e abbiamo deciso di mantenere questa data simbolica.

Sarà un’esperienza, se letta nella giusta prospettiva positiva, arricchente?
Soprattutto impareranno a conoscere la realtà a cui sono stati inviati. Potremmo definirlo un tempo di avvicinamento alla comunità. Molti di loro avranno una collaborazione più diretta con i fedeli laici e il vicario di Pastorale giovanile che al 1 settembre partirà per un’altra destinazione: si affiancheranno e, come ho detto, impareranno. Altri, invece, con i parroci, gli altri presbiteri, i fedeli laici vivranno comunque questo momento di conoscenza della comunità. A motivo del Covid, l’Arcivescovo con i Vicari episcopali di Zona ha deciso di non prevedere molti trasferimenti riguardanti i vicari di Pastorale giovanile, per cui circa la metà dei candidati al presbiterato rimarrà là dove ha vissuto il tempo del diaconato transeunte.

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