Una retrospettiva della pandemia, che ha toccato la fase più dura nella Quaresima 2020 e che sta allentando la morsa nel tempo di Pentecoste, nella rilettura di don Luca Castiglioni, curatore di un libro edito da Ancora con contributi di docenti del Seminario e prefazione dell’Arcivescovo

di Luca CASTIGLIONI
Docente di Teologia fondamentale al Seminario arcivescovile

porte chiuse

Dicono che l’ideogramma cinese per “crisi” sia composto da due segni, uno indicante il “pericolo”, l’altro l’“opportunità”. Non è vero. Però è ben trovato. In effetti, il termine crisi (dal verbo greco krino, “distinguere”, da cui il sostantivo krisis, “scelta”) designa la scelta che ciascuno è chiamato a fare – volente o nolente – nei momenti di prova. Una decisione che, per l’appunto, mette in pericolo e al tempo stesso dischiude un’opportunità. Tale è (stata) la crisi del Coronavirus che, avendo generato una terribile frattura nell’ordinario, ha obbligato tutti a porre delle opzioni: in taluni casi drastiche, in altri meno gravose, mai comunque insignificanti.

Ora, il fatto che noi italiani, con altri popoli, siamo entrati in questa crisi in Quaresima e iniziamo a uscirne a Pentecoste dà a pensare. Il nostro ingresso nella fase più temibile della crisi, infatti, data marzo 2020, quando iniziavano sia la Quaresima, sia la quarantena che ci ha blindati nelle case. La nostra uscita dalla crisi – sia detto con la dovuta cautela e senza ingenuità: anche se tutta la nazione è in zona gialla il cammino di riabilitazione si annuncia ancora lungo, specie su scala mondiale – avviene nel maggio 2021, in concomitanza con il dono pentecostale dello Spirito del Risorto, che abilita i discepoli a uscire dal cenacolo dove si erano chiusi per timore. Certo, questa coincidenza può essere interpretata come un fatto meramente fortuito. Ma sbaglierebbe, il credente, se leggesse in essa un segno della presenza di Dio, che dapprima accompagna l’attraversamento della “valle oscura” e ora offre la sua luce per orientare e qualificare il cammino a venire?

Comunque la si pensi (e tenuto conto che i tempi sono prematuri per una rilettura storica, essendo il fenomeno ancora in corso), potrebbe non essere inutile l’esercizio di ripercorrere quanto avvenuto, considerando la dimensione penitenziale della Quaresima, che può rischiarare il senso del “deserto” attraversato, e la dimensione missionaria della Pentecoste, che può illuminare i passi da muovere nel ritrovato quotidiano.

La dimensione penitenziale

Il tempo quaresimale è sempre connotato dall’invito a operare “rinunce salutari”, certo non fini a se stesse, bensì funzionali al discernimento di ciò che è essenziale rispetto al molto che, sovente sotto le apparenze di un bene, ci ostacola e affardella. Gesù Cristo per primo ha attraversato tale desertica prova, vincendo il tentatore: “a mani basse”, ma “a caro prezzo”. Lo ha fatto per i suoi discepoli di ogni tempo: dalla Pasqua in avanti, infatti, possiamo chiedere al Signore di vincere in noi le nostre battaglie e possiamo attingere in lui il coraggio di condividere la sua agonia (cioè la lotta, il combattimento), il che imprime in noi la sua immagine e ci fa vivere da liberi figli di Dio. Ora, andare nel deserto non è mai agevole, né spontaneo. Ma nel 2020 tutti vi siamo stati come scaraventati: laddove non può la virtù, può la necessità. Una domanda grave allora emerge, e per il credente si rivela ineludibile: in questi mesi ardui, ho attinto alla vittoria di Gesù la forza di lottare? Ho accolto la (più o meno) gravosa rinuncia che mi è stata imposta accettandola, facendola mia e trasformandola in occasione di bene? Ho imparato qualcosa da questa crisi oppure l’ho solo subita, mettendo l’anima, più ancora che il corpo, in letargo? Ecco, una simile inquisitoria sembra metterci spietatamente con le spalle al muro. A chi però si lascia ferire dalla ruvidezza di queste domande il Signore, somma Misericordia, saprà portare tempestivo soccorso, assistendo l’umana debolezza che, umile, implora il suo aiuto e domanda il suo perdono (lasciando cadere gli inutili quintali di sensi di colpa e di inadeguatezza).

Fanno capolino anche altri interrogativi di rilievo: quale immagine di Dio il “flagello” del Coronavirus ha svelato presente in me? Penso che la crisi sia stata il castigo di un Dio corrucciato per i miei e nostri peccati? In caso negativo, come interpreto i suoi modi apparentemente “non interventisti”? E ancora: nella solitudine, che ha messo molti al tappeto specialmente durante il lockdown, ho potuto sperimentare che davvero chi prega non è mai solo? Ho apprezzato poi, anche a motivo delle restrizioni delle celebrazioni comunitarie, il valore incommensurabile dei sacramenti e della preghiera comune? E, nella stessa linea, come mi sono interfacciato con l’uso (esposto al rischio dell’abuso) della rete e dei new media nella Chiesa? Per finire: mi sono appropriato dello slogan “siamo tutti sulla stessa barca” – così ci siamo sentiti quando il pericolo ci ha fatti stringere in inedite forme di vicinato e di solidarietà creativa – oppure l’individualismo sospettoso, ora che si è un po’ più tranquilli, sta già riguadagnando terreno?

La dimensione missionaria

Una certa narrazione corrente – quella che attinge a immagini come “vedere la luce in fondo al tunnel”, “liberi tutti”, “ingorgo sturato”, “brutta pagina da dimenticare”, “riprendiamoci quello che ci è stato preso”, “ricominciamo a vivere”, ecc – non pare del tutto persuasiva, anzi: mostra di avere il fiato corto. Certo, tutti possiamo e vogliamo allietarci per un tempo che si prospetta meno tragico e più “normale”. Un tempo nel quale sarà gradualmente possibile ricominciare a “respirare a pieni polmoni”, allontanandosi dall’emergenza che recava con sé il temibilissimo pericolo di morte. Forse, però, quanti non si sono limitati in questo tempo a sopportare le restrizioni o a sopravvivere in attesa di tempi migliori non desiderano uscire semplicemente per “divertirsi” o “sfogarsi”, per “riprendersi le occasioni perdute” o per “scaricare le tensioni”. Dal canto loro, i discepoli uscirono dal cenacolo senz’altro scaricati dal peso opprimente della morte del loro amico, ma anche carichi dell’energia e del compito della missione da lui ricevuta. Essi attinsero la loro gioia, contagiosa più di qualsiasi virus, non dalla mera cessazione del dolore (sarebbe finita presto), ma dal fatto che la presenza del Risorto li aveva letteralmente ricreati, donando loro una pace tanto indistruttibile quanto incontenibile. La Pentecoste esprime precisamente questa pienezza che non si può esaurire e che non si può trattenere. Essa, infatti, non è la ricorrenza che ragionevolmente, dopo cinquanta lunghi giorni, segna il termine delle festività: Pentecoste è la festa di Pasqua che non finisce più, è il sigillo della grazia irrevocabilmente offerta, è la permanente stabilità della sovrabbondanza. Il discepolo che oggi gusta queste delizie indicibili, dunque, può vivere la riapertura nazionale nel senso più fondamentale dell’uscita dal cenacolo (non “dalle gabbie”), carica di urgenza missionaria.

Sembra peraltro possibile affermare che tale slancio missionario dovrà trovare, quest’anno più che in altri momenti, una sua peculiare manifestazione nella pazienza del “supportare” e del “sopportare” gli altri. In particolare le persone che escono da questi mesi ferite, frustrate, arrabbiate, stanche, sole e disorientate. Così, nella “normalità” degli incontri quotidiani, il discepolo (la discepola) del Risorto non temerà di rapportarsi a donne e uomini saturi delle tossine accumulate per la sofferenza, la desolazione e la mancanza di speranza. Anzi, si sentirà chiamato a una cura che sappia pazientemente riattivare la loro respirazione “a pieni polmoni”. Il discepolo (la discepola) si sentirà chiamato a offrire in ogni incontro ospitalità, magari proprio mentre la richiede, bussando per primo alla porta del suo prossimo, e a concepire la sua persona come una sorta di tempio ambulante, di accesso semplice e confortante al Signore che abita in lui. Si sentirà chiamato ad avvicinarsi ai pellegrini malconci come quell’albergatore premuroso che osa fare più del necessario, lavando loro i piedi (se ne trovano alcuni, sulla via di Santiago, che fanno proprio così). Si sentirà chiamato a donare gratuitamente da bere, modestamente fiero di essere uno dei milioni di “rubinetti” dell’acqua viva del Vangelo; questa, infatti, non nasce dal credente, eppure Gesù dice, di chi attinge alla sorgente divina: “l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna” (Gv 4, 14).

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