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La Pasqua 2026 nella Chiesa ambrosiana

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Giovedì Santo

«La nuova alleanza con Cristo, la verità del Verbo fatto carne»

Resistere alle menzogne e alla violenza non è facile per l'uomo, fragile e messo alla prova: il coraggio gli viene dall'unione con Gesù. Così l'Arcivescovo nella Messa in Coena Domini che ha aperto il Triduo pasquale con la lavanda dei piedi a 12 Francescani

di Annamaria BRACCINI

2 Aprile 2026
Coena Domini 2026 (Cherchi) 4

«Di fronte alla menzogna occorre essere nella verità, di fronte alla strumentalizzazione della religione e della legge divina, per commettere violenza, bisogna dire la verità». Nella Messa in Coena domini, che presiede in Duomo, l’Arcivescovo non dimentica i drammi che attraversano il nostro tempo, perché ci si è dimenticati della verità senza tempo «che è il Signore».

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I dodici religiosi francescani attendono la lavanda dei piedi (Cherchi/chiesadimilano.it)

«Bisogna dire la verità», scandisce, infatti, più volte nella Messa concelebrata dai canonici del Capitolo della Cattedrale, aperta con il rito della luce preceduto dalla lavanda dei piedi che lui stesso compie su 12 tra religiosi e religiose francescane nell’800esimo anniversario della morte di San Francesco: «Guardiamo a loro come a coloro che ci ricordano le vocazioni nate dallo straordinario carisma di san Francesco che è sempre stato considerato come un perfetto imitatore di Cristo. Anche per noi c’è il tempo per imitare Gesù», spiega monsignor Delpini, che poi, nella sua omelia, si sofferma appunto sulla verità. 

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L’Arcivescovo durante la lavanda dei piedi (Cherchi/chiesadimilano.it)

La verità che diventa resistenza

«Quando l’abitudine, il capriccio, la superficialità, il desiderio di primeggiare inducono a una vita di comunità in cui si radica il virus dell’individualismo, la verità non è quella visione saggia e pacifica di chi interpreta il mondo e giudica la gente standosene comodo e distaccato nella propria sicurezza».

Per questo la verità diventa anche «resistenza», specie quando «la parola solenne è sospetta, cioè la verità è impopolare, perché anch’essa mistificata. Viene, infatti, interpretata come un dogma da accogliere, un comandamento al quale obbedire, un pensiero arrogante che pretende di giudicare gli altri pensieri. Ma per i discepoli è irrinunciabile confrontarsi con la verità, perché Gesù si definisce: “io sono la verità”, cioè la vera vita, la parola di vita eterna»

Per questo – suggerisce ancora – «la verità è una parola che i violenti mettono a tacere e gli indifferenti escludono dalla vita. È una presenza irritante che il sistema non può sopportare. Ma Gesù è la verità: resiste, e la violenza non lo convince al compromesso».

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Un momento della celebrazione (Cherchi/chiesadimilano.it)

La fragilità umana

Diverso il discorso per i discepoli di ieri e di oggi: «La verità dell’uomo e della donna è la fragilità. I buoni propositi e le dichiarazioni solenni non hanno forza per resistere nella prova. Il contesto ostile induce a confondersi con la massa, a rinunciare alla originalità cristiana. In molte circostanze della vita può essere che, con intento di scherno e di accusa e di insulto, dicano a un uomo o a una donna: “Anche tu sei di quelli che stanno con Gesù”. Che cosa risponderemo a questa insinuazione che esprime disprezzo e antipatia? Siamo fragili. Chi ci darà la forza di resistere dicendo la verità?». E questo persino quando ciò accade nelle comunità.

La parola che libera

«Nella celebrazione del mistero che dà gioia la comunità si raduna come triste e rassegnata a un adempimento. Dalla celebrazione del mistero che accende l’ardore per la missione escono persone rassegnate, confuse, impaurite. Chi dirà la parola vera che libera dalla confusione? Chi darà la forza divina che permette di resistere nell’ambiente ostile? Chi leggerà i pensieri nascosti per dire la verità che rende liberi, per rendere possibile la sincerità che può esporre a pericoli? Se la nostra vita è unita a quella di Gesù con la nuova alleanza, con una profonda intimità, con una umile docilità, allora forse riusciremo a essere sinceri, a dire le parole vere, a rivelare la verità della storia umana, che è vocazione alla fraternità, a rendere coraggioso l’uscire di chiesa per essere testimoni e missionari».

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I fedeli in Duomo (Cherchi/chiesadimilano.it)

Dopo tanti gesti e momenti di devozione e raccoglimento peculiari della Messa Intra Vesperas del Giovedì santo – come il canto Coenae tuae, tradizionale del rito ambrosiano ed eseguito dai fanciulli cantori -, è l’Eucaristia a essere portata tra le mani dell’Arcivescovo che, accompagnato in processione dai concelebranti, dai membri delle Confraternite e degli Ordini cavallereschi e da una rappresentanza di fedeli, la pone, presso l’altare della Riposizione, dove resterà fino alla Veglia pasquale.