Durante la settimana quattro educatori dell’Unità di strada specifica si muovono con l’auto di servizio per rintracciare le persone che vivono in piccoli campi abusivi, baracche, camper o sotto i ponti. Al centro l'assistenza sanitaria

di Luisa BOVE

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Il grande sgombero di due campi nomadi a Milano, in via Brunelli e in via Montefeltro (coinvolte circa 700 persone, di cui 300 minori), nel novembre 2013, ha spinto la Diocesi a prendere posizione a livello politico e operativo: è nata così l’Unità di strada Rom di Caritas Ambrosiana. Spiega l’educatrice Anna Cavallari: «Si scoprì che all’interno di una fabbrica abbandonata dell’Italmondo c’era una grande favela. Ci si accorse dell’esistenza di questi accampamenti abusivi. Allora c’era molta attenzione ai campi regolari e alle situazioni più stabili, mentre nessuno si occupava delle persone che vivevano per strada, alla ventura». Oggi l’Unità di strada ha una duplice funzione, «quella di mappare la grandezza dei campi, le presenze di Rom, la collocazione rispetto alla città ai fini statistici, e quella educativa: alle persone che incontriamo proponiamo una serie di mediazioni rispetto ad alcuni servizi. Noi lasciamo sempre il nostro numero (344.0923286) e chi è interessato ci chiama. Poi si studiano insieme percorsi sia estemporanei, sia di lunghissimo periodo».

Quali servizi?
Quasi tutte le persone che troviamo per strada sono rumene e il lavoro principale che svolgiamo riguarda la salute. I rumeni, infatti, arrivano in Italia senza tessera sanitaria e questo ostacola l’accesso a qualsiasi tipo di servizio. Questo impegno ci occupa tanto tempo, perché la burocrazia è complessa e la nostra mediazione si rende veramente necessaria. Operando con gente in strada incontriamo tante malattie. Spesso i giornalisti la chiamano emergenza sanitaria: se c’è un caso di scabbia, sui giornali si legge che c’è allarme. Ma non è così. Ci sono invece patologie gravi, non di emergenza pubblica, che passano inosservate. E sono molte.

Per esempio?
Patologie tumorali o legate all’età avanzata: a volte sono banalità, come le cisti interne, ma se poi chiudono canali sorgono seri problemi. Malattie anche semplici, se non vengono curate, possono creare gravi conseguenze. In Italia per fortuna è stata prorogata una normativa per cui la Regione Lombardia copre le spese sanitarie fino ai 14 anni di età: quindi anche i rumeni senza tessera possono accedere ai servizi sanitari nazionali.

Da chi è composta la squadra e come operate?
Siamo quattro educatori (un uomo e tre donne) molto formati; ci incontriamo periodicamente in équipe, per una supervisione. Usciamo a coppie di giorno con un’auto di servizio e copriamo 20-25 ore alla settimana: di solito al mattino facciamo gli accompagnamenti sanitari o iscriviamo i bambini a scuola, mentre il pomeriggio andiamo per strada. È lì che incontriamo le persone in modo spontaneo. Entriamo in un accampamento (baracchine autocostruite e tende, d’estate anche solo materassi) e spieghiamo chi siamo e che cosa facciamo. Lavoriamo sulla motivazione altrui con le persone che poi ci cercano e sono interessate.

Ci sono specificità nel vostro intervento?
All’inizio è più facile lavorare con le donne Rom, perché sono più spinte a entrare in relazione con noi da fattori contingenti (come una gravidanza). Ci sono persone che seguiamo da più di tre anni. Quando però vengono prese in carico da qualcun altro – per esempio quando entrano nei Centri di emergenza sociale del Comune di Milano, dove ci sono operatori che se ne occupano -, tendiamo a tirarci indietro. Noi interveniamo all’inizio, poi vediamo l’evoluzione del percorso.

Quante persone seguite in un anno?
Abbiamo 150-200 contatti, spesso si tratta anche solo di una telefonata. Ciò su cui bisogna insistere, lo ripeto, è l’aspetto sanitario. Il fatto che sotto le nostre case la gente muore perché non ha accesso al servizio sanitario nazionale è scandaloso.

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