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Editoriale

Contro la malinconia

Nel suo libro, Elie Wiesel distingue tra chi ama la Legge e chi ama le persone, richiamando lo spirito gioioso del ḥassidismo. In un tempo segnato da pessimismo e chiusure, la fede può generare speranza e dialogo — come ricorda anche la CEI per la Giornata dell’amicizia ebraico-cristiana — ma solo se resta aperta alla storia e all’incontro, non se si chiude in difesa identitaria

di Fabio LANDI

15 Dicembre 2024
Don Fabio Landi

Ci sono due tipi di credenti: «l’uno ama la Torah, mentre l’altro ama la persona che ama la Torah. L’uno trova la felicità nei testi trasmessi, l’altro negli esseri incontrati». Così scrive una figura simbolo dell’ebraismo recente, Elie Wiesel, nel secondo volume della sua Celebrazione ḥassidica.

Il ḥassidismo è un movimento religioso ebraico che, nell’Europa centrale del diciottesimo secolo, intese ridare speranza e fervore a un popolo umiliato e stanco. Non a caso Wiesel intitola il suo libro Contro la malinconia e forse, proprio per il loro insistente richiamo alla gioia, alla piena fiducia in Dio e alla forza della comunione, i testi ḥassidici meritano di essere letti ancora oggi (una famosa raccolta è curata da Martin Buber).

Anche il nostro presente, infatti, è caratterizzato da un diffuso senso di impotenza, dalla percezione di un futuro minaccioso e da un pessimismo che spesso diventa rassegnazione o rabbia. È significativo che la CEI, per la 35ª Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei che si celebra il 17 gennaio, abbia scelto di incoraggiare i fedeli ad andare «oltre le passioni tristi». I vescovi vedono le religioni affiancate nel «generare passioni felici», «sostenere l’umano che è comune», «contagiare speranza». Il titolo di Wiesel sembra fatto apposta.

Eppure lo stesso Wiesel ci mette anche in guardia: che per l’uomo contemporaneo la fede diventi una risorsa non è affatto scontato. Il rischio è che generi invece chiusura, autoreferenzialità, disprezzo per il mondo. Magari proprio in nome della sacralità della Parola: «il ḥassid pone l’accento sull’essere umano che cambia insieme con il tempo; il suo oppositore si interessa solo alla Torah, che si situa al di là di ogni cambiamento». Certo, il miraggio di un’oasi o di un paradiso dove rifugiarsi, lontani da una cultura che riesce a essere così sovraccarica di cose e di impegni e contemporaneamente così vuota, è una tentazione del tutto comprensibile. Tuttavia il miracolo di Dio è quello di far fiorire il deserto, non di creare aiuole recintate. Il sacro trasfigura la storia degli uomini e le sue contraddizioni, non si trincera in un luogo fuori dal tempo.

Il dialogo tra cattolici ed ebrei si costruisce anche così, riconoscendo queste sfide comuni. Le parole con cui Wiesel descrive i conflitti di una realtà tanto remota sono sorprendentemente attuali: descrivono bene sia le lacerazioni che attraversano l’ebraismo di oggi, che quelle che attraversano la Chiesa cattolica. Forse, scoprendole così simili anche negli altri, possiamo imparare a scandalizzarci di meno e trovare linguaggi e ragioni ulteriori per dire la nostra speranza.