Nella Basilica di San Vittore la prima tappa “ambrosiana” della Peregrinazione dell’urna. Il Vicario monsignor Agnesi: «Sul suo esempio educativo, torniamo a essere come i bambini, che si fidano e sono amati gratuitamente»

di Alberto GALIMBERTI

Don Bosco_Varese

«Don Bosco è qui» è il grido di gioia che ha accolto l’urna del padre dei Salesiani, arrivata nella basilica di San Vittore a Varese stamattina, poco dopo le nove, nella prima tappa “ambrosiana” della sua Peregrinazione.

Il «padre dei giovani», come lo definisce il vicario episcopale monsignor Franco Agnesi nel saluto iniziale, fa il suo ingresso in una basilica gremita di ragazzi. La prima celebrazione della mattinata – presieduta da don Claudio Cacioli, Superiore dell’Ispettoria salesiana della Lombardia e dell’Emilia Romagna – è proprio dedicata ai bambini e ai ragazzi delle scuole salesiane di Varese. L’entusiasmo è contagioso, il benvenuto è fatto di canti, balli e piccole coreografie. Un’atmosfera speciale, avvertita anche dal sindaco di Varese Attillio Fontana nel suo breve intervento: «Voi ragazzi siete una risorsa per il nostro territorio. I valori educativi che la figura di Don Bosco ha incarnato sono molto preziosi, soprattutto nel tempo difficile e incerto che viviamo oggi».

Alcuni giovani indossano una felpa verde con la scritta: «Qui con voi mi sente bene»: una delle frasi che Don Bosco amava ripetere. Proprio da qui parte l’omelia di don Claudio: «Il desiderio più grande che ognuno di noi coltiva nel cuore è quello di essere amati: amati a prescindere dalle nostre capacità, amati nonostante i nostri difetti, amati per il solo fatto di esserci. Come diceva Don Bosco ai suoi ragazzi: “Basta che siate giovani perché io vi ami”». Il brano del Vangelo di Matteo – quello in cui Gesù rivela che «solo chi accoglierà questi piccoli nel mio nome, entrerà nel Regno dei Cieli» – sembra la perfetta sintesi della vita di Don Bosco, vicino a «chi si era perduto, solo, povero, rifiutato da tutti; a chi aveva bisogno di un’educazione o imparare un mestiere; a chi voleva essere semplicemente amato», come fa notare il Superiore dei Salesiani. La sua riflessione si chiude con un auspicio che lì – a due passi dall’urna di Don Bosco «che sembra quasi sorridere» -, si fa certezza: «Impariamo dal nostro “papà” Don Bosco a dire all’altro: “Basta che tu ci sei perché io ti voglia bene”. Un amore così ci proteggerà da qualsiasi male, rendendoci per sempre felici».

La mattina è lunga, e l’abbraccio che la comunità di fedeli vuole dare al Santo sembra infinito, troppo grande per essere contenuto anche nella seconda celebrazione, presieduta da monsignor Agnesi. Alle porte della Basilica si formano due file di “speranzosi”, che alla fine riescono a trovare posto in piedi per partecipare a «una giornata importante per la nostra Chiesa, la prima in Lombardia ad accogliere l’urna di San Giovanni Bosco», come sottolinea il Vicario di Varese nella sua omelia. «Don Bosco – continua monsignor Agnesi – ci aiuta a leggere la parola di Dio e a metterla in pratica. Con il monito “Fate di ogni ragazzo un buon cristiano e un onesto cittadino” si rivolge a tutti coloro che ricoprono un ruolo educativo, in famiglia, in parrocchia, in un’associazione, a scuola».

Il Santo ha costruito il suo metodo educativo su tre parole: amorevolezza, ragione e religione. Un’eredità da non lasciare orfana, dice Agnesi, ma da raccogliere per rispondere alle grandi sfide di oggi. «Sono due i compiti che ci attendono – conclude -. Per prima cosa torniamo a essere come i bambini, che possiedono due qualità uniche: si fidano e sono amati gratuitamente. Torniamo a fidarci di Dio e ad amare il prossimo senza riserva. Per secondo impariamo a essere all’altezza della speranza che Don Bosco ha dato alle generazioni dei nostri nonni e dei nostri genitori: trasmettiamola, con gioia e fede, alle nuove generazioni, perché anche loro hanno il diritto di assaporare questa bellezza».

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