A tredici anni dall'avvio delle prime esperienze in Diocesi, due Responsabili di Cp e un parroco illustrano difficoltà, fatiche, progressi e prospettive di una articolazione territoriale che esprime anche un modo diverso di essere Chiesa

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Prima di tutto «uno stile di vita», ma poi anche «una strategia»: così il cardinale Dionigi Tettamanzi definì la missione della Chiesa nell’omelia del Giovedì santo del 2006, in cui richiamò all’attenzione del clero ambrosiano riunito in Duomo la strada della «pastorale d’insieme» – già indicata dal Sinodo 47° come scelta particolarmente necessaria e urgente tra parrocchie vicine e nel medesimo Decanato – quale «orizzonte e stile irrinunciabile di tutta la nostra azione ecclesiale». Rimandando a una nota allegata all’omelia e, più in generale, allo stesso Sinodo 47°, l’allora Arcivescovo di Milano sottolineava come «il riferimento prioritario alle parrocchie non deve portarle a forme di chiusura e di isolamento, quanto piuttosto spingerle a realizzare tra loro modalità di integrazione organizzativa, di condivisione di risorse e di strutture, di ministerialità condivisa». Tettamanzi contemplava scelte coraggiose come quella di «ridefinire i confini o di rivedere la attuale distinzione di alcune parrocchie» e proseguire «con maggiore determinazione sulla strada già intrapresa delle “unità pastorali”», individuandone e mettendone in atto anche «forme diversificate». Tra queste, «da iniziare a sperimentare con oculatezza, ma anche con fiducia e con audacia evangeliche», c’era la “Comunità pastorale”, «forma di “unità pastorale” tra più parrocchie affidate a una cura pastorale unitaria e chiamate a vivere un cammino condiviso e coordinato di autentica comunione, attraverso la realizzazione di un concreto, preciso e forte progetto pastorale missionario».

In seguito alle parole dell’Arcivescovo, le prime Cp si costituirono in quello stesso 2006. Poi – dopo nuove indicazioni fornite dal cardinale Tettamanzi nell’omelia del Giovedì santo del 2008 sul «sacerdozio comune dei fedeli» – il 28 maggio 2013 sono state approvate le «Linee diocesane sulla pastorale di insieme nella forma delle Comunità pastorali», recanti le diverse modalità con cui può realizzarsi una Cp: con la presenza di una diaconia formata da presbiteri, diaconi, consacrati/e e laici, e un presbitero quale responsabile; con la presenza di più parroci “in solido”, secondo quanto previsto dal Diritto canonico; con la presenza di un parroco (eventualmente coadiuvato da altri operatori pastorali, ma non nella forma della diaconia).

Nella diocesi di Milano sono attualmente istituite 171 Comunità pastorali (le Unità pastorali, invece, sono 173). A tredici anni dall’avvio delle prime, abbiamo intervistato due responsabili di Cp, don Mauro Barlassina (Maria Madre Immacolata a Varese) e monsignor Francesco Carnevali (Ss Trinità d’Amore a Monza), e un parroco, monsignor Roberto Davanzo (Santo Stefano a Sesto San Giovanni, che non è Comunità pastorale, ma date le dimensioni ha in atto una significativa esperienza di diaconia). Nelle loro testimonianze (in allegato), difficoltà e fatiche, ma anche progressi e prospettive di una articolazione territoriale che esprime un modo diverso di essere Chiesa.

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