Il Prevosto di Sesto San Giovanni descrive il rapporto di diaconia all'interno della parrocchia e guarda al prossimo rinnovo degli organismi di partecipazione, «strumenti per tradurre i temi della sinodalità e della valorizzazione del laicato nella conduzione del piano di Dio nella storia»

di Annamaria Braccini

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Monsignor Roberto Davanzo

Non è un responsabile di Comunità pastorale, ma le dimensioni della realtà di cui è parroco a Sesto San Giovanni, in Zona pastorale VII, possono comunque dire la crucialità del rapporto di diaconia all’interno di una parrocchia. Monsignor Roberto Davanzo è il prevosto della centralissima parrocchia di Santo Stefano, 14 mila abitanti, cui si aggiungono i circa 500 allievi, e relative famiglie, della scuola Santa Caterina, nata nei primi decenni del Novecento e che oggi conta tre ordini d’insegnamento dall’infanzia alla secondaria.

Come una grande parrocchia interagisce con la propria diaconia al suo interno e si apre al rapporto con il Decanato, vista la quantità di persone coinvolte?
Ovviamente, al di là della struttura giuridica, tutti intuiamo che la conduzione di una realtà di questo genere ha bisogno di una struttura analoga alla diaconia. Per noi tale struttura è rappresentata da tre presbiteri (tra cui io), dall’Ausiliaria diocesana e da alcuni laici particolarmente maturi nella fede, senza i quali nessuna conduzione saggia si potrebbe realizzare. Per questo riponiamo una grande attesa nelle prossime elezioni del Consiglio pastorale. Mi piace utilizzare, a tale proposito, le espressioni del Vicario generale: non dobbiamo pensare a queste elezioni come a un adempimento burocratico e non dobbiamo nemmeno cedere alla rassegnazione e al cinismo di fronte alle difficoltà. Io credo che le elezioni e il Consiglio pastorale stesso siano gli strumenti grazie ai quali noi traduciamo tutti i grandi temi della sinodalità, della valorizzazione del laicato, della corresponsabilità dei laici nella conduzione di una parrocchia e quindi, più in generale, nella conduzione del piano di Dio nella storia. I laici non possono essere utilizzati solo – mi permetto questa espressione – come bravi consulenti o suggeritori. A me piace pensare al Consiglio pastorale come a una scuola di corresponsabilità ecclesiale e non come a una specie di piccolo Parlamento di rappresentanza.

Questo vale ancor più per i Consigli degli Affari economici. In una parrocchia popolosa l’allocazione delle risorse e l’utilizzo dei beni, sono questioni fondamentali…
Il Consiglio degli Affari economici è previsto come emanazione del Consiglio pastorale perché è questo che designa alcuni membri che, con i presbiteri, hanno l’onere e l’onore di un monitoraggio rispetto al patrimonio grande – e, spesso, purtroppo vetusto –  delle nostre parrocchie. Credo che l’esperienza di molti parroci sia quella di disporre di grandi strutture che le generazioni precedenti ci hanno consegnato e che però ora hanno bisogno di essere mantenute, di essere rese più efficienti, qualche volta di essere alienate. Il discernimento su tutto questo, perché le strutture siano a norma e finalizzate in modo corretto alle esigenze della pastorale, richiede una grande dedizione e una grande competenza. Quindi si tratta effettivamente di un ambito cruciale.

Lei è stato per molti anni direttore di Caritas Ambrosiana e vive in una città come Sesto San Giovanni, composita e di grande immigrazione. Una realtà ecclesiale – che sia Comunità pastorale o parrocchia – funziona bene perché ha riferimenti diversi e può così rispondere meglio alle sfide attuali?
Se c’è un capitolo della pastorale che non può tollerare campanilismi è proprio quello della carità, del contrasto alla povertà, dell’attenzione alle categorie più fragili. La fragilità non conosce infatti i confini delle parrocchie. Sul fronte ecclesiale dobbiamo essere capaci di un coordinamento interno, con una struttura di lettura dei bisogni e di distribuzione delle competenze. Non è necessario che tutte le parrocchie di uno stesso territorio abbiano, per esempio, il guardaroba o la distribuzione dei pacchi viveri. È necessario, però, dividersi i compiti e i ruoli, comunicando attraverso un saggio coordinamento. Siamo sempre piuttosto affaticati, da questo punto di vista, perché a volte la tentazione di un campanilismo anche della carità è presente nei nostri mondi. Dall’altra parte, non smetteremo mai di chiedere e di stimolare le pubbliche amministrazioni a prendere l’iniziativa, perché la lotta contro la povertà e il contrasto all’emarginazione non possono che avvenire a partire da un forte coordinamento anche dell’ente pubblico.

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