Attualmente responsabile della Cp Maria Madre Immacolata di Varese e, da settembre, della Cp San Paolo VI a Paderno Dugnano, spiega: «È il luogo dove si riflette insieme sulla realtà per offrire approfondimenti al Consiglio pastorale e arrivare infine a operare». E sottolinea: «La comunione cresce quando si riesce a far percepire che le identità non ne escludono altre»

di Annamaria Braccini

don Mauro Barlassina Decano di Varese Cropped
Don Mauro Barlassina

Cosa significa “fare” e vivere oggi la Comunità pastorale? A diversi anni, ormai, dall’inizio dell’istituzione di queste realtà, come leggerne luci e ombre? Don Mauro Barlassina, responsabile della Cp Maria Madre Immacolata di Varese (avviata ufficialmente nel 2011 con sei parrocchie e 15 mila abitanti, diventati 16.500 con altre due successivamente collegate), Decano di Varese e, da settembre, responsabile della Cp San Paolo VI a Paderno Dugnano, racconta così la sua esperienza.

Qual è il problema principale che si presenta a un responsabile di Comunità e quale invece la grande risorsa?
Il problema principale è quello di dover affrontare le identità, nel senso che ogni realtà – anche se molto piccola – sente forte tale senso identitario. Questo è un dato che va tenuto presente perché vi sono alcune persone, spesso anche molto vicine alla realtà parrocchiale, che difendono molto la tradizione, o meglio le tradizioni, ossia, quanto nel tempo è nato all’interno delle loro parrocchie. Ma, dall’altra parte la risorsa è proprio questa, perché, quando si riesce a far percepire che le identità non ne escludono altre, cresce la comunione nella Chiesa.

Anche la comunione presbiterale e tra clero e laicato?
Penso che il responsabile della Comunità pastorale non si deve concepire come il parroco “classico”, ma come colui che fa da moderatore all’interno della diaconia, il vero punto di forza, ovvero il luogo dove si riflette insieme sulla realtà pastorale per offrire, poi, qualche approfondimento al Consiglio pastorale e arrivare infine a operare. Questo passaggio è fondamentale, perché la diaconia mette in agire concretamente – e non virtualmente – la comunione tra i preti. Spesso, è inutile negarlo, tra presbiteri si fatica proprio perché manca ancora la coscienza che lavorare insieme non è semplicemente proclamare un desiderio, ma una realtà da vivere nei fatti. Se il responsabile si concepisce come colui che, agendo, valorizza e fa crescere le capacità di tutti – preti, suore e laici – l’obiezione del ruolo dei singoli viene meno.

Negli anni ha visto il lavoro di comunione divenire qualcosa di reale, o i tempi sono comunque più lunghi di quanto ci si aspetti?
In nove anni posso dire che vi è stata una reale evoluzione sul progetto del lavorare insieme. Le resistenze, che all’inizio imponevano anche contrapposizioni, si sono stemperate nel tempo, perché la gente ha capito che non c’è stato un abbandono del territorio, ma si è realizzata una ricchezza di voci, tanto che abbiamo ampliato la diaconia ad alcuni laici rappresentanti di settore, che hanno realizzato la Giunta del Consiglio di Comunità pastorale. Questo è stato davvero un passaggio significativo in ordine a una presa di coscienza della Chiesa di comunione e, quindi, in dialogo sul territorio. Dal mio punto di vista, è stato anche ciò che ha favorito una presenza poi nel Decanato.

Appunto il rapporto tra Decanato e Comunità pastorali non è sempre facile…
La nostra esperienza è stata positiva perché un lavoro di diaconia significativo all’interno della Comunità pastorale ha favorito, come ho detto, il dialogo con il Decanato. Occorre tornare alla logica della comunione, nel senso che l’identità di una singola Comunità pastorale non è a prescindere dalle altre Cp nel Decanato, ma è in sinergia. Il dialogo tra le varie componenti ecclesiali è un fattore positivo e dirimente. Certamente c’è da migliorare molto la calibratura delle proposte pastorali, nel senso che si dovrebbe arrivare a dire quali sono le scelte da condividere su tutta la città, per esempio, e quelle che invece vanno sostenute e coltivate all’interno della singola Comunità pastorale. Si tratta di individuare i livelli differenti delle proposte. Personalmente, inoltre, mi pare importante distinguere tra cura pastorale ed evangelizzazione: la cura pastorale è nell’ordinarietà del rapporto con la gente, nell’attenzione e nella vicinanza alla vita in tutte le sue situazioni. Questa è la cura pastorale nella presenza sul territorio, mentre l’evangelizzazione è osare qualche forma di proposta del Vangelo più coraggiosa e innovativa. In questo senso il Decanato può essere il luogo dove spendersi in modo più deciso.

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