Una lettera importante, a firma dell’Arcivescovo, giunta nei giorni in cui si commemorano i defunti. È quella dal titolo «Lettera alle comunità cristiane sulla celebrazione delle esequie e la professione di fede nella risurrezione». «Si tratta di un pronunciamento che monsignor Delpini ha voluto proporre per far comprendere che anche la situazione di una perdita può essere occasione di evangelizzazione e di fraternità», spiega don Giuseppe Como, vicario per l’Educazione e la celebrazione della Fede.
Dopo aver ricordato che su questo tema già nel 2017 è stato pubblicato un approfondito «Direttorio diocesano per la celebrazione delle esequie», l’Arcivescovo Mario affronta alcune domande specifiche come la dimensione comunitaria dei funerali. Perché questa scelta?
Il Direttorio, ovviamente, rimane valido, ma l’Arcivescovo esprime la necessità di puntualizzare alcuni aspetti relativi alle esequie, anche attraverso osservazioni che nascono dall’esperienza delle nostre comunità. La preoccupazione di fondo è che i funerali siano davvero un momento di annuncio della Pasqua, della risurrezione. Il rischio è che molte volte ci si trova di fronte a persone non più abituate a frequentare le celebrazioni, per cui il rito stesso risulta un poco scialbo. Questo porta con sé anche un altro rischio, che i celebranti stessi si attestano su una certa ripetitività, a volte un poco stanca. Da qui la sottolineatura del funerale come annuncio della risurrezione.
Un’attenzione specifica è rivolta alle agenzie per le onoranze funebri. Si ha a volte l’impressione che esse tendano a gestire in proprio anche alcuni aspetti legati a funerali che attengono alla Chiesa. Per questo vengono citati?
Direi che tali aspetti sono certamente presenti. L’obiettivo che si propone la lettera dell’Arcivescovo è di chiarire alcuni contesti. Infatti, si dice che il servizio delle onoranze funebri non deve essere un filtro, un ostacolo, ma un tramite per l’incontro tra la comunità cristiana e i congiunti che, laddove richiedano la celebrazione delle esequie cristiane, facilitano il contatto, con un dialogo diretto tra la famiglia e la parrocchia. Senza dimenticare – sia detto con molta chiarezza – che nulla è dovuto obbligatoriamente alle parrocchie per la celebrazione del funerale, al di là delle offerte libere, e che, quindi, le agenzie delle onoranze funebri non devono indicare nelle loro tariffe l’offerta per la Chiesa.
Si affronta anche la questione, relativamente alle esequie, se celebrare Messa o solo una Liturgia della Parola…
Sì. È del tutto evidente che sia preferibile la Messa, ma è anche vero che è importante, anche in questo caso rapportarsi con le famiglie al fine di concordare le forme con cui celebrare il funerale, tenendo conto delle sensibilità di ciascuno e della vicinanza alla fede di chi vive il lutto, senza dimenticare le consuetudini della parrocchia e la disponibilità dei ministri. Non a caso, l’Arcivescovo specifica che non si tratta di porre in essere schemi uniformi per tutti che verranno magari anche solo dalla decisione del singolo celebrante.
Un’altra tendenza, che si registra ormai molto spesso al termine dei funerali, è quello che a prendere la parola siano parenti e amici degli scomparsi, talvolta anche più di una sola persona. Su questo si sofferma la Lettera?
La casistica relativa ai discorsi di congedo è molto varia. L’Arcivescovo, di fronte a interventi definiti «troppo numerosi, troppo lunghi, troppo sgraziati», chiede che siano, anzitutto, contenuti e concordato con il celebrante e che non siano posti all’interno del rito.
Un altro passaggio – forse il più complesso – è collegato alla custodia delle ceneri, anche in considerazione del fatto che la richiesta della cremazione è ormai molto diffusa e in crescita…
La Lettera ricorda, anzitutto, che custodire le ceneri nelle proprie abitazioni contraddice le normative della Chiesa e propone un momento specifico, magari, per accogliere nei cimiteri e benedire le urne. Forse una novità è che si prospetti anche la possibilità di trovare un luogo adatto per la conservazione delle ceneri in parrocchie o chiese comunque individuate con l’aiuto dei competenti uffici di Curia, laddove i cimiteri sono magari lontani o difficili da raggiungere come accade spesso nelle grandi città. Ciò che vorrei aggiungere è che l’intero documento intende ribadire l’importanza dell’accompagnamento e della preghiera di suffragio per evidenziare il valore del momento delle esequie come rito comunitario nella consapevolezza che la morte non è l’ultima parola per noi credenti.



