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Riflessione

«Quelli dell’invece» nella frenesia della metropoli

La testimonianza controcorrente dei cristiani tra gli elementi che emergono dall’ultimo libro dell’Arcivescovo «Amare ancora la vita». Il commento del giornalista e scrittore Alessandro Zaccuri

di Alessandro ZACCURI

22 Giugno 2026
L'Arcivescovo sulle Terrazze del Duomo in occasione della meditazione tenuta durante l'ultima edizione del Festival Soul (foto Andrea Cherchi)

Prigioniera di un efficientismo frenetico, Milano si ferma malvolentieri a riflettere sui propri limiti, che sono poi i limiti, le ferite, le aspettative di quanti la popolano. Non che la metropoli sia di per sé un luogo di sofferenza, osserva monsignor Mario Delpini in uno dei contributi raccolti in Amare ancora la vita (Piemme, pagine 138, euro 19,90). La metropoli, al contrario, offre l’«occasione per esercitare responsabilità spirituali, culturali, politiche, tecniche, affinché sia dato un volto attraente alla città, perché sia abitabile e desiderabile». Da qui la necessità di ritrovare «parole di consolazione per tempi difficili», secondo l’efficace sintesi offerta dal sottotitolo del volume. Una necessità resa ancora più urgente dalla sensazione di vivere in un’epoca che ci lascia «senza parole». Ma il credente, ricorda l’Arcivescovo, non si lascia intimidire dal diffondersi un vocabolario impoverito, metodicamente emendato di ogni termine che non rientri nella logica della convenienza e del conflitto. Anche quando le parole sembrano venir meno, resta sempre la Croce, «perché dal fianco trafitto uscì sangue e acqua, vita e amore, alleanza nuova ed eterna».

Il modello di Seneca

Negli interventi che compongono il volume, tutti pronunciati in occasioni pubbliche dal 2017 a oggi, capita spesso che la citazione biblica si presenti anche così, inglobata in una riflessione costruita per ripetizioni serrate, con variazioni minime e rivelatrici (in questo è particolarmente evidente la formazione del latinista Delpini: più che dall’oratoria solenne di Cicerone, il suo modello è costituito dalle sottigliezze retoriche di Seneca, non per niente autore di celebri opere di consolazione). L’insistenza sulla qualità generativa del «pensiero biblico» rimanda alla rivendicazione della fede come forza alternativa e trasformativa. I cristiani, che in origine si definivano «quelli della via», sono per Delpini «quelli dell’invece»: «La storia umana – afferma l’Arcivescovo – è scritta con il sangue. I libri di storia sono in larga parte storie di guerra. Noi siamo quelli dell’invece. Quelli che scrivono libri di pace. Quelli che vanno al contrario e raccontano la storia come la storia di uomini e donne: miliardi di uomini e donne che hanno scritto la loro storia con l’impegno di ogni giorno per rendere bella la vita degli altri, della loro famiglia, del loro Paese».

Una speranza tenace

Questa meditazione è il punto di approdo di un percorso all’interno del quale trovano posto anche numerose omelie funebri, compresa quella per Silvio Berlusconi, sulla quale si è molto dibattuto. I testi più rilevanti in questa sezione sono però altri due: quello composto per la commemorazione dell’ambasciatore Luca Attanasio, ucciso nel 2021 nella Repubblica Democratica del Congo («Abitano sulla terra gli amici del bene» è la prima, bellissima riga) e quello per le vittime della strage familiare consumatasi nel 2024 a Paderno Dugnano. Immaginando l’incontro tra Dio e i genitori e il fratello minore dell’assassino, Delpini riesce a testimoniare la tenacia della speranza anche «di fronte all’incomprensibile tragedia». Certo, «si può anche scegliere di essere disperati», ammette altrove l’Arcivescovo, aggiungendo subito dopo che questa «forse è la scelta più diffusa nella mentalità contemporanea». Una prevedibile forma di rassegnazione, rispetto alla quale i «figli della luce» sono chiamati a reagire con la scaltrezza che dovrebbe essere una delle loro caratteristiche principali: rallegrandosi e diffondendo ovunque la loro allegria. Anche nella metropoli frenetica, anche nella città che pretende di non fermarsi mai.

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