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Libro

Delpini: parole in confidenza per condividere speranza

Nella prefazione al volume «Amare ancora la vita», che raccoglie suoi testi e omelie, l’Arcivescovo immagina di scrivere a persone che portano i nomi di santi e beati ambrosiani o di personaggi legati alla Diocesi. La pubblichiamo

di monsignor Mario DELPINI Arcivescovo di Milano

9 Giugno 2026
Mons. Mario Delpini

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo la prefazione dell’Arcivescovo al volume Amare ancora la vita. Nell’illustrare ai lettori il senso di questo libro, monsignor Delpini immagina di rivolgersi a persone che portano i nomi di alcuni santi e beati ambrosiani o personaggi legati alla Diocesi di Milano. 

Prefazione in forma di epistolario

Cara Enrichetta,
in un certo senso devo scusarmi per la pubblicazione di questo libro. Tu hai sempre detto che la parola esiste per essere parlata. La parola è – mi dicevi – un accadimento: quando dai voce ai tuoi pensieri, alle tue emozioni, alle raccomandazioni e ai rimproveri accade qualche cosa. Si stabilisce una relazione. Si suscita una reazione. Si crea un consenso, un’emozione condivisa. Per questo parla il vescovo: omelie e discorsi. Accadimenti.
Sì, hai ragione. Tuttavia, ci sono momenti in cui è pronunciata una parola che vorresti ricordare. Mentre ascolti una predica ti rammarichi di non avere carta e penna per annotare quella frase che ti è sembrata illuminante. Non sempre scrivere una parola significa fissarla come si fissano le farfalle morte nelle teche dei collezionisti.
Perciò mi sono deciso a pubblicare questo libro. Forse contiene parole che qualcuno desidera riascoltare.
Ecco le mie scuse, cara Enrichetta.

Cara Gianna,
un libro è sempre un vagabondo. Non sa dove lo porta il mercato. Si trova là nello scaffale, tra libri sconosciuti di autori di cui non ha mai sentito parlare. Di tanto in tanto qualcuno scompare, destinato a lettori sconosciuti. Un libro è sempre un vagabondo.
Anche tu scrivi, ma scrivi lettere. Le lettere sanno dove andare e vanno volentieri: sono messaggi d’amore, sono condivisioni di pensieri, sono informazioni attese.
Io pubblico qui un vagabondo: non so dove andrà e se troverà casa da qualche parte.
Per essere sincero, però, vorrebbe essere come quello che scrivi tu: lettere destinate a una persona cara che le aspetta.
Chi sa? Intanto ti ringrazio per le lettere che mi hai inviato per convincermi a pubblicare questo libro. Ecco il risultato, cara Gianna.

Caro Carlo,
confesso che mi sento un po’ a disagio nel farti avere questo libro.
Tu sei un uomo di poche parole: conosci l’arte degli aforismi. Sai scrivere quella frase che ti raggiunge come un lampo, che ti sorprende come una carezza, che ti consola come un sorriso amico.
Confesso che mi piacerebbe imitarti. Forse un aforisma, una battuta intelligente, una frase a effetto lascerebbero una traccia più profonda di tanti discorsi.
Ma te lo immagini se io mi accostassi all’ambone per pronunciare un’omelia e dopo essermi guardato intorno, mentre tutti si aspettano una predica, pronunciassi solo una frase?
Per esempio potrei dire: «Vorrei pronunciare una parola insopportabile. Ma voi non la potete sopportare, perché non la desiderate. Infatti vorrei dire: “vita eterna”». E poi potrei tornare al mio posto.
Forse qualcuno direbbe: il vescovo oggi non aveva voglia di predicare o non aveva preparato l’omelia.
Quindi per non dare motivi di mormorazione scrivo le mie omelie. Adesso ne ho fatto un’antologia, quasi con la presunzione che possa essere una raccolta di frasi a effetto.
Chi sa che effetto faranno?
Mi interessa il tuo parere, caro Carlo.

Caro Ambrogio,
ti faccio avere questo libro.
Sembra un libro, ma è un contenitore di testi già scritti e di omelie già pronunciate. In tutti questi anni, si potrebbe dire, non posso dire d’aver fatto un gran che. Tutto quello che ho detto si trova, in sostanza, in questa raccolta di qualche pagina che l’Editore ha ritenuto meritevole di essere riproposta.
Quando considero la quantità, la varietà, la profondità dei tuoi scritti, resto mortificato e mi dico: «Ho combinato così poco!» Ma questo è.
Ti prego, sii indulgente con me, caro Ambrogio.

Cara Giovanna,
lo so che il tuo è un modo gentile di incoraggiarmi. Ogni volta che sono chiamato a fare una riflessione o a pronunciare un’omelia nella tua comunità, sempre mi chiedi il testo che ho preparato. Sono convinto che uno che deve predicare si sente apprezzato, se qualcuno commenta: «Una bella predica!» e ancor più se qualcuno, come te, dice: «Bella predica. Si potrebbe avere il testo? Vorrei meditarla».
Io sono ingenuo e sono incline a compiacermi di questi complimenti.
Non sono, però, ingenuo del tutto e so bene del livello mediocre di quello che dico. Però nella mia ingenuità e per il tuo apprezzamento ho pensato di raccogliere queste famose «belle prediche» e fartene dono.
Forse ti farà piacere, cara Giovanna.

Caro Agostino,
le tue domande sono troppo difficili per me.
Tu mi scrivi per invitarmi a interpretare in modo cristiano il tempo che stiamo vivendo. Non mi azzardo. Leggo molte analisi e molte considerazioni di gente esperta e autorevole. Devo dire che in genere sono analisi e considerazioni piuttosto deprimenti. Ma non mi azzardo a criticare.
Per di più in questi giorni non ho molto tempo per affrontare le domande troppo difficili.
Mi permetto, perciò, di farti avere una pubblicazione in cui ho raccolto qualche mio punto di vista, spero cristiano, per dire qualche cosa, spero di cristiano, sul tempo che stiamo vivendo. Sono sempre impressionato dall’ostinazione di Dio nell’avere stima di questa umanità. Sembra quasi che Dio guardi a ogni uomo e a ogni donna come fosse un figlio amato.
So che questo è vero. Ma se ne può fare un discorso? Sarebbe più coerente uno stupore grato. Perciò mi scuso di non rispondere alle tue domande.
Ho raccolto qualche pensiero che, più o meno, si riferisce ai tuoi argomenti e perciò ti mando questo libro. Certo non basta, ma apprezza almeno l’attenzione, caro Agostino.

Caro lettore, cara lettrice,
tu hai ragione: si accumulano parole, parole su parole. La curiosità di ascoltare finisce spesso nel fastidio, nell’impressione di perdere tempo. Solo parole. La persuasione di avere qualcosa di originale da dire finisce in frustrazione: non interessa a nessuno, dico parole di fuoco e si spengono in una specie di fumo. Solo parole.
Questo libro, tanto per cambiare, è fatto di parole. Però vorrebbe raccogliere più che parole occasioni, più che discorsi risonanze, più che pagine luoghi di incontro. Infatti, è stato composto raccogliendo testi che vorrebbero essere condivisione di speranza, testimonianza di affetto, servizio alla comunione. Insomma, la vita di un vescovo.
Perciò te lo consegno, caro lettore, cara lettrice, più per una confidenza che per una lettura.