Nelle relazioni personali ci siamo abituati a giocare in difesa. Gli affetti, “quelli veri”, riguardano un piccolo numero di amici e parenti. Sono legami che sentiamo sacri: intoccabili e indiscutibili, gelosamente protetti dietro le mura della nostra privacy. Gli altri rapporti non ci toccano più di tanto. Al di là della simpatia, sono funzionali alle esigenze del momento. Di fatto, garantiscono delle prestazioni. Le buone maniere e i contratti di lavoro li regolano per evitare derive fastidiose o troppo impegnative.
Questa separazione semplice ma rigorosa entra in crisi quando abbiamo bisogno di una badante. Stiamo cercando qualcuno da metterci in casa (o in casa dei nostri cari) e il servizio richiesto non può impedire l’instaurarsi di una prossimità che mette inevitabilmente allo scoperto la dimensione quotidiana e intima della nostra vita, con le sue imbarazzanti fragilità.
Per questo, valutare la professionalità e l’inquadramento economico (Garbarino a pag. xx) è importante, ma poi occorre fare i conti con la nostra fiducia e soprattutto con gli affetti, cioè con una sfera che ci coinvolge molto più in profondità. L’intreccio tra i due piani, però, siamo poco abituati a gestirlo. Del resto ormai anche con l’insegnante, il medico o il prete ci regoliamo in termini di diritti, pretendendo i servizi per i quali sono stati pagati. La relazione spesso si ferma qui.
Con la badante, invece, il profilo personale del rapporto non è aggirabile. E talvolta diventa un vero e proprio scoglio. D’altra parte, non è infrequente trovare tra le scarne assemblee di certi funerali la signora rumena o ucraina che per anni ha fedelmente curato il defunto: l’assistito non è più solo il datore di lavoro e, quando muore, lascia un vuoto doloroso. Insieme, però, lascia anche il problema di trovare una nuova occupazione.
In questo già difficile equilibrio intervengono altri due elementi. Infatti, l’assistenza prolungata di una persona malata può risultare per chiunque logorante e dispendiosa in termini di risorse affettive. A maggior ragione per donne che si trovano in una condizione di particolare solitudine, lontane dalla loro patria, dalla loro famiglia e dalla loro originaria rete di relazioni. Il risultato è quello che all’estero chiamano “sindrome Italia”: un vero e proprio prosciugamento esistenziale che avvilisce chi ha abbandonato la propria vita e i propri cari per accudire gli anziani del nostro paese.
Il tema è senz’altro complesso, ma impone di constatare il deficit del nostro schema: ridurre i rapporti umani, tolti pochi intimi, a una serie di contratti più o meno vantaggiosi con il prossimo è fallimentare. Occorre tornare a creare su più vasta scala legami sociali che siano affettivamente densi ed effettivamente significativi.



