Nel 2022 la Fondazione raggiungerà il traguardo dei vent'anni. Don Virginio Colmegna: «Vogliamo essere capaci di essere una risorsa»

di Claudio URBANO

Il taglio del nastro (foto Claudio Urbano)
Don Virginio Colmegna (a sinistra) al taglio del nastro delle nuove docce (foto Claudio Urbano)

«Vogliamo essere contenti, capaci di essere al servizio di una missione con generosità ed entusiasmo. Vogliamo essere portatori di pensiero critico, e capaci di essere una risorsa. E per la pandemia ci stiamo preoccupando, sì, ma in senso positivo». Don Virginio Colmegna rilancia così la missione della Fondazione Casa della Carità, che nel 2022 si avvia a tagliare il traguardo dei 20 anni e che a novembre vedrà, secondo i tempi dello statuto, il rinnovo del consiglio di amministrazione. Proprio in vista di questo “compleanno” e di questo avvicendamento giovedì 9 dicembre alle 18.30 l’Arcivescovo incontrerà tutti gli operatori e i volontari della Casa intitolata ad Angelo Abriani, per rilanciarne a sua volta la missione e la presenza viva all’interno della Chiesa ambrosiana.

Attivi malgrado il Covid

Da pochi giorni la Casa ha inaugurato le nuove docce, servizio che era stato sospeso con l’inizio della pandemia. L’impegno della struttura guidata da don Colmegna, però, non si è ovviamente interrotto neanche nei mesi più difficili. Sono stati anzi assunti cinque infermieri per lo screening e l’assistenza degli ospiti, e 173 famiglie hanno ricevuto nel 2020 aiuti alimentari straordinari. Intanto sono continuate le normali attività, con 442 persone ospitate e quasi 6000 persone in difficoltà che, in diverso modo, sono state raggiunte dai servizi della Casa della Carità. «La pandemia ci interroga continuamente su come essere al servizio dei più deboli, degli ultimi della fila: per noi sono il patrimonio, il riferimento da cui partire – assicura don Virginio -. Questa è la risorsa che Casa della Carità deve mettere al servizio della città, al servizio della Chiesa, cercando di rinnovarsi nel contesto che viviamo».

Prendersi cura anche nella relazione

Una prospettiva relazionale prima ancora che di assistenza, che ha portato sempre più a rispondere non solo ai bisogni materiali, ma anche alle situazioni di sofferenza psichica. Così alle visite mediche tradizionali si sono affiancati gli ambulatori per la salute mentale (che rispondono a chi, per diversi motivi, non ha un altro accesso alle terapie), insieme ai diversi progetti abitativi per persone affette da disagio psichiatrico. Un prendersi cura sostenuto dalla convinzione che alle sofferenze degli ultimi si possa rispondere anche rafforzando le relazioni e i legami della comunità. «Bisogna sempre tenere presente che i poveri non sono semplicemente persone da aiutare – ammonisce don Colmegna -: loro stessi, consapevoli o no, ci interrogano nella quotidianità del nostro vivere». Per questo, sottolinea, la Casa della Carità non è solo un insieme di servizi, ma «un vero e proprio spazio culturale. Uno spazio che apre a interrogativi e a una ricerca di senso» e che – questo l’auspicio di Colmegna – potrà attrarre sempre più anche le energie dei giovani. 

Il dialogo con l’Arcivescovo

In questa prospettiva si pongono gli interrogativi sui quali gli operatori della Casa della Carità dialogheranno con monsignor Delpini (e che in un momento successivo saranno occasione di confronto anche con il sindaco di Milano). «Come la Casa della Carità si inserisce nel cammino ecclesiale? Come può essere al servizio della Chiesa, in armonia con tutta la diocesi? «A partire dalla nostra riflessione sulle direttrici dell’energia sociale, culturale e spirituale che caratterizzano la Casa della Carità – anticipa don Colmegna – l’Arcivescovo dialogherà con noi e ci lascerà delle tracce: saranno preziose per il nostro desiderio di costruire il futuro».

 

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