dei CAPPELLANI DELLE CARCERI DI LOMBARDIA
Questi sono pensieri forse non più giubilari. Vorrebbero indicare, anche se in modo semplice e incompleto, quali passi può compiere il singolo cristiano, e una comunità, che desideri mantenere viva l’attenzione verso i fratelli e le sorelle che si trovano in carcere. Anche se sono una minoranza rispetto alla popolazione, ma una minoranza cara al cuore di Dio. Uomini e donne sul cui volto vediamo i tratti di Gesù, e incontrandoli, è lo stesso Gesù che incontriamo (Mt 25, 31-46).
Un’attenzione maggiore e positiva
Del carcere si è sempre parlato poco. Scarne le notizie, una sostanziale non conoscenza di cosa significhi essere privati della libertà e rinchiusi in una cella, anche solo per breve periodo. Arrestato, giudicato, condannato, rinchiuso: giustizia fatta, storia chiusa. Del mondo carcerario si parlava solo quando succedeva qualcosa di grave: qualche rivolta, qualche fatto increscioso, situazioni che superavano ogni limite accettabile, il sovraffollamento che rende disumana la carcerazione.
In questi ultimi anni, invece, non è più così: del carcere si parla molto ed è stato scritto molto. Sono state messe in luce le cattive condizioni in cui vivono molti detenuti; l’inadeguatezza delle carceri nell’affrontare le situazioni critiche legate alla carcerazione di tossicodipendenti e malati psichiatrici; la presenza, seppur piccola, di donne con bambini; il peggioramento della situazione delle carceri minorili, anch’esse ormai in sovraffollamento; ma anche le preziose presenze di volontari e associazioni culturali, artistiche, sportive, musicali; un fiorire di iniziative capaci di coinvolgere i detenuti.
Ma il pensiero è cambiato poco
Questa positiva attenzione verso il carcere dovrà continuare. Un po’ perché le risposte della politica vanno nella linea di un aumento del numero dei reati e dell’inasprimento delle pene; sono ispirate alla punizione più che alla rieducazione, in contrasto con il dettame della Costituzione; poi perché si pensa a progetti di costruzione di nuove carceri anziché al tentativo di trovare strade alternative, più efficaci e capaci di offrire una speranza maggiore di ricuperare chi ha sbagliato.
Ma soprattutto perché è cambiato poco nel pensiero della gente: si segue più facilmente chi afferma che il carcere è indispensabile per punire chi sbaglia, e più è inflessibile meglio è; in fondo hanno sbagliato e sono trattati fin troppo bene. Troppo spesso si sente quella brutta frase, rivelatrice di un animo insensibile, pronto al giudizio e alla condanna: chiudetelo in cella e buttate la chiave. Frase che si sente facilmente anche tra i cristiani, tra gente buona, ma un po’ troppo legata al pensiero della giustizia quasi come una vendetta.
Un compito culturale
Ecco allora una prima attenzione della comunità cristiana: tener viva la sensibilità, lo sguardo misericordioso verso i fratelli che hanno sbagliato. Non si tratta di cancellare e neanche minimizzare la gravità del reato compiuto. Semmai il contrario: accogliere chi ha sbagliato con amore e disponibilità testimonia la bellezza di una vita diversa; può portare alla consapevolezza del male compiuto, magari al pentimento; mostra che è possibile, se lo si vuole, cambiare direzione, rimanendo lontani da ciò che è sbagliato. È un compito impegnativo, diremmo culturale, una mentalità diffusa che deve essere cambiata.
Occasioni per parlarne
Una comunità parrocchiale può organizzare incontri, dibattiti e testimonianze sul tema del carcere. I cappellani delle carceri negli incontri con le comunità percepiscono un grande interesse da parte della gente (scontato, visto che si sono scomodati per partecipare), ma anche una profonda non conoscenza della realtà carceraria, una serie di pregiudizi radicati, luoghi comuni non certo benevoli.
Quando c’è qualche occasione parlarne anche nelle omelie, ricordare i carcerati nella preghiera dei fedeli (almeno quando avviene un suicidio nel carcere vicino), pubblicare sui foglietti o sugli informatori settimanali o mensili, che quasi tutte le parrocchie distribuiscono, qualche riflessione, qualche testimonianza o qualche interessante articolo sulle carceri. In questi ultimi mesi, per esempio, abbiamo avuto importanti parole dai Vescovi lombardi, il Discorso alla Città dell’Arcivescovo di Milano, le parole del Papa nella Messa del Giubileo dei detenuti. Parole che in qualche modo dovrebbero raggiungere anche i fedeli delle nostre parrocchie. Una mentalità più evangelica, appunto.
Esperienze e impegni
I cori parrocchiali potrebbero partecipare alla Messa domenicale: esperienza significativa per i coristi, che lascia il segno, ed è apprezzata dai detenuti.
È impegnativo, ma ne vale la pena, favorire l’impegno di volontariato in carcere. Per qualche attività specifica, o per l’incontro diretto e costante con le persone detenute. Oppure stando all’esterno, ma provvedendo alle necessità di vestiario o di quanto può essere utile.
I sacerdoti sono i benvenuti quando vengono nelle carceri per incontrare qualche loro parrocchiano: soprattutto quando sono a conoscenza di qualche situazione difficile; quando un parrocchiano chiede espressamente un incontro; quando succede qualche fatto particolarmente increscioso tra i fedeli della parrocchia. Per chi riceve la visita è un momento di consolazione e di speranza; anche al prete fa molto bene.
Casa e lavoro
Molti detenuti, quando escono dal carcere, hanno soprattutto due problemi grossi, insormontabili: avere un alloggio e trovare un lavoro. Condizioni indispensabili per chi desidera rifarsi una vita. Sensibilizzare l’intera comunità, anche chiedere espressamente, a chi possiede case vuote, agli imprenditori più aperti, di mettere a disposizione, nel rispetto della legge e con le dovute garanzie, disponibilità di alloggi e offerte di lavoro. In questo campo anche le parrocchie possono fare tanto. Senza un alloggio e un vero lavoro la probabilità di ritornare in carcere è molto alta.
Infine vorremmo ricordare anche la possibilità di accogliere detenuti per lavori di volontariato, per svolgere lavori socialmente utili e più in genere per l’espiazione attraverso pene alternative. Un interessante capitolo, questo, un po’ complesso, che però si situa nella direzione giusta: si va oltre l’errore, rendendosi utile per la società, creando legami positivi con chi accompagna, senza stravolgere la vita familiare e lavorativa. Anche qui con vantaggi reciproci, ma che lasciano il segno di qualcosa di bello.





