«Ogni anno abbiamo almeno un nuovo prete - spiega il decano don Sergio Stevan -. La nostra è una zona ricca di fede, che però deve essere una scelta, non una tradizione». Molti strumenti in campo per contrastare il disagio giovanile

di Cristina CONTI

La parrocchiale di Carate Brianza
La parrocchia centrale di Carate Brianza

In questo fine settimana è iniziata la visita pastorale dell’Arcivescovo al Decanato di Carate Brianza, nella V Zona pastorale (in allegato il programma).

«Al nostro Decanato da qualche anno si è aggiunto anche Giussano, prima appartenente a quello di Seregno, ora soppresso – spiega don Sergio Stevan, Decano recentemente confermato -. È perciò costituito da sette entità: 5 Comunità pastorali (Carate, Besana, Giussano, Triuggio e Briosco), una unità pastorale (Renate-Veduggio) e una parrocchia (Velate Brianza). Sono presenti 36 sacerdoti e 4 diaconi (di cui due transeunti, che diventeranno preti a giugno). Abbiamo due comunità religiose maschili, i Camilliani che hanno una Rsa e i Betharramiti, a cui si aggiungono sette comunità di suore. Il Consiglio pastorale decanale è formato da laici impegnati e lavora bene. Ci troviamo diverse volte nel corso dell’anno, una volta come presbiterio, una volta per la celebrazione degli anniversari e in momenti particolari nelle parrocchie. Il nostro, poi, è un Decanato ricco di vocazioni: ogni anno abbiamo almeno un nuovo prete. E la nostra è anche una zona ricca di fede».

Quali sono i principali problemi sociali?
A partire della pandemia abbiamo riletto i principali problemi del nostro territorio in vista della Visita pastorale. L’Arcivescovo infatti avrebbe dovuto venire nel marzo 2020, ma tutto è stato rimandato a causa del lockdown. In questo momento la situazione più difficile è quella degli adolescenti, che devono fare i conti con la noia, il bullismo e diversi atteggiamenti di disagio. In Decanato, già prima della pandemia, abbiamo tre sportelli “Le ali” per far fronte a questi problemi e “Festa”, un gruppo che cerca di coniugare l’attività sportiva con i valori educativi, con un calendario strutturato sulla base delle attività pastorali. I nostri oratori sono ancora punti di riferimento ben frequentati: prima della pandemia eravamo abituati a numeri alti nell’oratorio estivo, anche 1.200 persone. Ci siamo accorti che oggi è necessario promuovere l’educazione per legare i rapporti. Nel nostro territorio i giovani sono molto impegnati in attività caritative, come la consegna dei pasti o del pane alle famiglie più bisognose, e sono sensibili alle proposte della Caritas. Dal punto di vista economico, il nostro è il distretto del mobile e della produzione dei bulloni. Oggi queste realtà non sono più in forma di botteghe, ma di grandi aziende. La Caritas segue molte famiglie, adesso sopratutto italiani in cassa integrazione. I matrimoni sono diminuiti, così come i battesimi.

Quali le sfide per il futuro?
Occorre passare da una fede conservativa a una di scelta. Il nostro ambiente ha tradizioni molto antiche. La partecipazione è sempre stata molto alta, ma spesso è avvenuta solo perché «si è sempre fatto così». In questi mesi, però. abbiamo notato che quello che non ha fatto la predicazione l’ha fatto la pandemia: oggi si partecipa di più per scelta. Chiaramente molto si fa ancora on line, ma si fa perché si vuole. C’è molto bisogno di aiutare la gente a trovare Gesù, di dare testimonianza cristiana, di avere cura di quello che si propone.

Come vi siete preparati per questa visita?
A dire il vero eravamo già pronti l’anno scorso. Ma la pandemia ha cambiato il volto della comunità. Abbiamo fatto momenti di preghiera, di annuncio, incontri nel Consiglio pastorale, nelle comunità e tra i presbiteri. Occasioni che hanno dato la possibilità di aprire una prospettiva su come ripartire. Anche tra i preti del Decanato il clima è molto buono: c’è stima e aiuto reciproco.

 

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