Con la celebrazione eucaristica presieduta dall'Arcivescovo nella chiesa della Trasfigurazione, si è aperto il centenario della Scuola “Beato Angelico”, fondata nel 1921 da monsignor Giuseppe Polvara

di Annamaria Braccini

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«Come era fatta la gente di 100 anni fa? Che cosa aveva nel cuore questa gente che veniva da anni di guerra, di miseria, di morte, per l’epidemia chiamata spagnola, e aveva dentro una voglia di lottare e di dare inizio al nuovo, di mettere mano a imprese audaci?».

Non è una domanda retorica, quella che l’Arcivescovo pone all’inizio della sua omelia, rivolgendosi a coloro che sono riuniti nella chiesa della Trasfigurazione, interna al complesso della Scuola “Beato Angelico”, per l’apertura dell’Anno centenario dell’istituzione. Concelebrano, per l’occasione, una decina di sacerdoti, tra cui due vescovi – gli Ausiliari, monsignor Erminio De Scalzi e monsignor Paolo Martinelli -, il vicario episcopale e presidente della Fondazione “Beato Angelico”, monsignor Luca Bressan, il direttore della scuola, don Umberto Bordoni, don Erminio Burbello, residente a Civate, luogo da sempre legato alla scuola. È idealmente unito nella preghiera monsignor Valerio Vigorelli, classe 1924, che raccolse l’eredità del fondatore, l’ambrosiano, monsignor Giuseppe Polvara.

Monsignor Bressan, nel saluto introduttivo, ricorda, appunto, Polvara (la cui sepoltura è all’interno della chiesa) e richiama il ruolo della “Beato Angelico” che «permise anche alla Diocesi di Milano di respirare i frutti del “ressourcement” internazionale che lambiva la Chiesa europea», nel tempo in cui monsignor Polvara diede inizio alla sua opera, comprendente una Famiglia religiosa, le cui suore, tra cui la superiora, suor Celina Duca, sono presenti alla Celebrazione.

Nel suo secolo di attività, l’istituto ha sviluppato competenze in molteplici campi di azione, la ricerca scientifica, lo studio accademico, la progettazione architettonica, la coltivazione dell’estro artistico, l’attenzione alla musica e al teatro, la copiosa produzione di diversificati laboratori artigianali, la vita liturgica, la pubblicistica, l’approccio pastorale, l’impegno formativo. Diverse le discipline coltivate nei laboratori – architettura, cesello, ricamo, pittura e restauro – presso i quali collaborano professionisti e le stesse suore della Famiglia del Beato Angelico. La Fondazione edita, inoltre, la rivista Arte Cristiana, punto di riferimento per studiosi di storia dell’arte ed esperti del settore e offre Corsi di formazione sul turismo religioso, le arti applicate e l’adeguamento liturgico, in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana.

L’omelia dell’Arcivescovo

La riflessione del vescovo Mario si avvia, appunto, dalle due date emblematiche, oggi e cento anni fa, quando furono fondate l’Università Cattolica come pure la “Beato Angelico”. «Erano anni di povertà, di rabbia, di anticlericalismo, di ideologie aggressive, ma a Milano c’era gente che piantava semi per un futuro buono, bello, sapiente», scandisce subito l’Arcivescovo.

E, allora, l’interrogativo iniziale su quale fosse lo slancio di quegli “iniziatori” si fa ancora più interessante, «quanto più siamo convinti di vivere in un tempo tribolato e complicato e di respirare scoraggiamento e rassegnazione invece che slancio; declino invece che speranza; vecchiaia invece che rinascita; invece che giovinezza, nostalgia del passato». Dalla Parola di Dio, appena proclamata, la risposta su cosa avevano nel cuore gli uomini che “fecero l’impresa” un secolo fa. «Questi nostri maestri si sono lasciati invitare dalla luce, si sono accesi di un ardore che ha unificato la vita; si sono lasciati accendere dal fuoco che viene dall’alto. Forse, erano molto dotate forse erano persone modeste, ma erano tutte luce perciò sono state presenze luminose». Come Giovanni da Fiesole, detto il beato Angelico, «che ci ha lasciato il suo messaggio scritto con la luce», come tutti coloro «che hanno aperto cammini che molti hanno potuto percorrere partecipando anche loro della luce».

Poi, la docilità allo Spirito che non ha reso queste anime elette protagoniste a ogni costo, ma le cui opere si sono imposte «perché sono state feconde di bene, in quanto strumenti dello Spirito di Dio. Questo è il cuore della santità: essere impegnati con tutta la propria libertà, con tutte le risorse e le energie e, insieme, attingere la forza della docilità. Il massimo dell’attività nel massimo della passività. Le persone che vivono secondo lo Spirito sono animate da una tensione che orienta tutta la vita».

E, poi, il “tesoro nei cieli” che caratterizza questi santi, «gente che sa dov’è il tesoro, gente della speranza che desidera il regno dei cieli e si prepara per una vita che vince la morte. Perciò i fallimenti non li abbattono e non cercano gli applausi».

Torna l’interrogativo stringente: «Riusciremo noi ad avere questo ardore? Io credo che il Signore stia chiamando in questo tempo, nel 2021, uomini e donne capaci di segnare così la vita della Chiesa e della società».

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