L’Arcivescovo, come tradizione, si è recato all’Istituto Palazzolo per la Messa prenatalizia, la visita ad alcuni reparti e l’incontro con i vertici e il personale della Fondazione “Don Gnocchi” a cui ha detto: «Coltivate la vostra umanità e non censurate la morte»

di Annamaria Braccini

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Competenza e compassione. Sono queste le parole che definiscono la mission e l’impegno della Fondazione “Don Carlo Gnocchi”, così come ha indicato il Papa nell’udienza dello scorso 31 ottobre, per i 10 anni dalla beatificazione del “Papà dei mutilatini” .

Lo ricorda don Enzo Barbante, presidente della Fondazione stessa, ringraziando l’Arcivescovo della sua tradizionale presenza, presso l’Istituto “Luigi Palazzolo” (che da 21 anni fa parte della “Don Gnocchi”) nei giorni che precedono il Natale.

Incontra – il vescovo Mario -, prima della Celebrazione eucaristica, i vertici dell’Ente, tra cui il direttore generale Francesco Converti e Roberto Costantini, vicedirettore, il Consiglio di Amministrazione, ma anche medici, come Federica Tartaroni, nuovo direttore sanitario del “Palazzolo”, dipendenti, familiari e volontari.

Costantini, ricordando il «nuovo reparto per la cura dell’Alzheimer e il potenziamento delle attività ambulatoriali e territoriali», sottolinea: «La sfida più grande è rispondere ad ognuna delle migliaia di persone che a noi si affidano, dall’anziana abbandonata dalla famiglia, al giovane di origine africana, trovato in fin di vita su un marciapiede e per cui non vi è nessuna risposta dalle Istituzioni. Lo teniamo noi e ci basta così».

Don Barbante, in riferimento all’anno speciale vissuto dalla Fondazione per la ricorrenza del X anniversario della beatificazione e, recentissimamente, con il riconoscimento del secondo miracolo di don Palazzolo, che lo porterà a essere proclamato santo l’anno prossimo, dice: «È una rincorsa nella santità. Facciamo davvero tante cose, ma unire la dimensione della competenza con quella della compassione è un obiettivo che cerchiamo di portare avanti ogni giorno, vivendo intensamente l’essere parte della missione della Chiesa con l’annuncio e la testimonianza cristiana. È bello vivere questo momento insieme a Natale, nello spirito del farsi prossimo che ci ricorda il Signore».

Espressioni, queste, che tornano nel breve intervento dell’Arcivescovo. «È un motivo di gioia ulteriore il riconoscimento del miracolo del beato Palazzolo, fondatore delle Suore delle Poverelle e ispiratore di questa struttura. Mi rallegro della tanta attenzione che si dà nel personalizzare il rapporto terapeutico. Avere due beati a cui ispirarsi, non deve motivare solo alla cura delle singole persone, ma può incoraggiare a riflettere su due punti».

Il primo: «Oltre all’efficienza e la risposta ai bisogni, occorre sapere che facendo il bene diventiamo buoni». Da qui l’invito a coltivare la propria vita spirituale, umanizzando noi stessi.

«Raccomando che chiunque scelga di lavorare a servizio dei fragili, si lasci trasfigurare, umanizzare e santificare».

Poi, una seconda parola «che viene dall’esempio dei Beati. Non censurare il tema della morte. La sensibilità contemporanea cancella questo pensiero e induce alla superficialità. La cura della salute è doverosa, ma non crediamo che la vita su questa terra sia eterna. Bisogna accompagnare a una morte che non sia temuta come un abisso incomprensibile e terrificante, proprio perché è un passaggio e non un finire nel nulla».

La Celebrazione eucaristica

Dopo aver visitato, per un saluto e la benedizione ai malati, i reparti degli Stati Vegetativi e la Riabilitazione della Medicina generale dell’Istituto, il Vescovo presiede la Messa, nella grande chiesa restaurata e interna alla struttura. Concelebrano l’Eucaristia, don Barbante, monsignor Angelo Bazzari, presidente onorario, don Innocenzo Rasi, cappellano del “Palazzolo” – che porge il saluto di benvenuto -, don Maurizio Rivolta, rettore del santuario dedicato a don Gnocchi, e il decano del Decanato “Cagnola”, nel cui territorio si trova il “Palazzolo”, don Luigi Badi. Molti i degenti presenti, tra cui, nelle prime file, gli anziani in carrozzina – alcuni di loro, all’Offertorio, portano significativamente i doni all’altare – insieme al personale, ai parenti e – come sempre – ai preziosi volontari.

«La devozione popolare ci consegna personaggi del presepe di ogni età, condizione, mestieri, ma la tradizione evangelica ricorda che, intorno a Gesù, vi erano soprattutto anziani come Elisabetta e Zaccaria, avanzati negli anni, Simeone e Anna», nota, nell’avvio della sua omelia, l’Arcivescovo.

«C’è qualcosa di comune in questi 4 personaggi nominati per nome e di cui si dice che sono anziani. Essi sono mossi dallo spirito e aprono la bocca per un cantico. Ciò è promettente in un luogo come questo dove ci sono molti anziani, perché ci si può aspettare che qui venga lo spirito santo e si possa cantare Dio».

Con il Cantico di Zaccaria – appena proclamato nella pagina del Vangelo di Luca – vengono, così, definite 4 espressioni per indicare come devono cantare gli anziani.

La prima è “benedetto”. «Benedetto Dio, perché Zaccaria riconosce che Dio ha operato nella sua vita, seminando speranza. Anche chi è tentato di interpretare la propria esistenza come un inevitabile declino può sperare».

Inoltre, “Ha visitato e redento il suo popolo”. «Il nostro rapporto con Dio non è mai individualistico, quasi che stare da soli sia più propizio per la preghiera, rispetto al sentirci Chiesa. Questo vale anche nell’età anziana. Dio è in mezzo al suo popolo e lo guida verso la terra promessa. Ciò non significa che tutto sia facile o vada bene, ma ci spiega che la nostra vita ha sempre una dimensione comunitaria, popolare, ecclesiale».

Terzo: “E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo” «che indica che dobbiamo dare fiducia ai più giovani, incoraggiandoli e vedere la loro vita come una vocazione, una missione da compiere. Talvolta i ragazzi di oggi sono scoraggiati e ripiegati su se stessi. Noi possiamo aiutarli offrendo fiducia e di incoraggiamento».

L’ultima parola è l’esito del progetto di Dio: “Per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza, nella remissione dei suoi peccati”.

«Tutti devono annunciare che la salvezza operata da Dio non è una specie di rivincita, una vendetta, ma è la remissione dei peccati, è entrare nella storia per dire che questa stessa storia è salvata dall’effusione della misericordia e della tenerezza del Signore. I peccati sono perdonati, è stata ristabilita l’Alleanza, ormai i figli di Dio vivono della vita di Dio, la vita eterna».

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