Al Tribunale un confronto con legali e magistrati promosso dall’Ordine degli Avvocati e dalla Corte d’Appello: «Avete il dovere di assistere e la responsabilità di decidere sottomessi alla legge per il bene comune»

di Annamaria Braccini

Palazzo di Giustizia

La capacità e la prudenza nel giudizio, la fatica nell’animo e nell’anima di chi amministra la giustizia, vivendo ogni giorno il potere di dover decidere. E, poi, il comparto visto, oggi, come un’«ospedale da campo» persino dagli avvocati; la giustizia divina, che giudica gli uomini ed è in primis Misericordia di Dio, e quella umana che si focalizza sulle azioni degli uomini.

Sono tanti i temi, tutti complessi e di alto valore sia etico sia concreto, che emergono dall’incontro che si svolge presso l’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Milano con l’intervento centrale affidato all’Arcivescovo.

“Il dovere di difendere e la fatica di decidere”. Questo il titolo della riflessione proposta ai tanti operatori della giustizia presenti all’evento, promosso dall’Ordine degli Avvocati e dalla Corte d’Appello di Milano e aperto da Marina Tavassi, presidente della Corte d’Appello, da Nunzia Gatto, avvocato generale, e da Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli Avvocati.

Prendendo avvio dalla monumentalità architettonica del Palazzo – progettato da Marcello Piacentini negli anni ’30-’40 – e dalla sua simbolica presenza al centro della città, il vescovo Mario non si nasconde le tante difficoltà del lavoro attuale di giudici e avvocati, così come pone subito con chiarezza le differenti visioni della giustizia divina è umana.

«Il tema della giustizia di Dio introduce in un contesto e in una prospettiva che possono costituire un orizzonte di pensiero, ma che qui non sono pertinenti se non per introdurre quel senso del limite che impone agli uomini di non giudicare nessuno e limita l’esercizio del compito di giudicare alle azioni compiute dalle persone e alla rilevanza di queste azioni in riferimento alla legge vigente».

Pur nella consapevolezza di tale distinzione fondante, l’impegno per la giustizia è questione e scelta che definisce al meglio la possibilità, per donne e uomini, di esercitare il proprio ruolo in vista del bene comune.

«Gli aspetti di fatica devono essere compresi nell’idea di lavorare per la giustizia e questo dovrebbe esaltare gli operatori, perché è un modo di servire al bene comune, è un contributo a rendere abitabile la città, a regolare i rapporti tra le persone secondo un codice di riferimento, una legge che definisce i diritti e i doveri. Un esercizio del potere che limiti l’arbitrio e ponga un argine alla prevaricazione».

Da qui – nell’apprezzamento espresso dall’Arcivescovo per il tanto che si fa a livello di avvocatura e magistratura soprattutto nelle situazioni più delicate – arriva una sorta di “Carta” di buone prassi e intenti.

«È necessaria una fortezza personale che non si lasci condizionare dal “potente”. Noi viviamo, certamente, in una storia ingiusta, perciò è necessaria la rettitudine, che reagisce alla corruzione, che resiste all’influenza impropria di ideologie, interessi, inclinazioni personali.

Nei rapporti si deve cercare un equilibrio tra la ricerca dell’obiettività e l’attenzione alla persona, particolarmente in procedimenti che riguardano la famiglia, i minori, le diverse fragilità come i cittadini di altri Paesi e gli anziani».

E, ancora, un quarto aspetto. «Nell’esercizio della professione si deve cercare un equilibrio tra solitudine e condivisione: la responsabilità personale deve essere personalmente esercitata, ma il confronto con colleghi, maestri, esperti può essere di grande aiuto per una valutazione più profonda e attenta delle situazioni».

Quinto: «Nella cura per il bene comune della società, giudici e avvocati sono chiamati a offrire il loro contributo per la promozione della cultura della legalità sia in generale, sia nei singoli procedimenti. In particolare, risulta urgente tentare un correttivo alla diffusa tendenza alla litigiosità, favorendo vie di composizione del conflitto attraverso percorsi extragiudiziali».

E, infine, un ultimo punto fermo, forse, il più cruciale per una “giustizia autenticamente giusta”. «La valutazione di un comportamento, o anche di un singolo atto, deve, certo, essere riferito a una fattispecie giuridica, ma richiede anche una valutazione della persona e della sua storia, del contesto sociale, delle auspicabili prospettive evolutive delle persone. L’ampia cultura non significa l’impossibile pretesa di un sapere enciclopedico, ma piuttosto percorsi argomentati ed esperienziali che conducono alla “saggezza”».

Citando il discorso di papa Francesco all’Associazione Nazionale Magistrati dello scorso 9 febbraio, il vescovo Mario sottolinea: «Il titolo può, pertanto, essere riscritto per fare memoria dell’intenzione che ha ispirato questo intervento, ossia, il dovere di assistere; la responsabilità di decidere di uomini e donne che lavorano a Palazzo di Giustizia sottomessi alla legge per il bene comune della società».

Alla fine, dopo molti, qualificati interventi di responsabili delle principali componenti presenti a Palazzo di Giustizia, è ancora l’Arcivescovo che dice tutta la sua gratitudine «per aver conosciuto dall’interno il lavoro di persone pensose e capaci di raccontare la loro vita e il lavoro, con una qualità di comunicazione che è, forse, il frutto più apprezzabile di questo incontro, così come la ricchezza di condivisione degli effetti che questo impegno produce».

Facendo riferimento agli interrogativi espressi dai suoi predecessori, il Vescovo richiama le domande aperte sul sistema penitenziario «che anche io spesso mi pongo recandomi in carcere».

Le sue parole finali sono accolte da un applauso scrosciante: «Siamo dentro una storia comune che vorremmo fosse migliore e che tentiamo tutti di fare migliore».

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