La Messa in viale Piave con l’Arcivescovo chiude le celebrazioni del 60° della storica Opera nata dall’intuizione di fra Cecilio e che da allora tiene il suo sguardo francescano fisso sui poveri della città. «Il bene è necessario farlo bene», sottolinea il presidente fra Marcello Longhi, che per il futuro progetta un centro diurno

di Claudio URBANO

Fra Marcello Longhi
Fra Marcello Longhi

Sarà un gesto di gratitudine la Messa che l’Arcivescovo presiederà venerdì 20 dicembre, alle 18, nella chiesa di viale Piave 2 a Milano, insieme alla comunità dei frati Cappuccini, agli operatori e ai volontari dell’Opera San Francesco per i Poveri, prima di visitare la mensa di corso Concordia. Così monsignor Mario Delpini chiuderà le iniziative per il 60° anniversario da quando, il 20 dicembre 1959, fra Cecilio Cortinovis inaugurò la storica mensa.

«Gratitudine a Dio per averci donato fra Cecilio» e gratitudine – lo dicono gli stessi volontari, che qualche giorno fa hanno incontrato in forma privata l’Arcivescovo – «perché l’Opera San Francesco permette di stare vicino ai poveri»: questo l’aspetto che più rende orgoglioso il presidente dell’Opera, fra Marcello Longhi. «E poi sono orgoglioso dei frati che lavorano con me – insiste -, e che a Milano sono il volto di tutti i frati Cappuccini della Lombardia».

1100 volontari (una trentina con più di 25 anni di “servizio” premiati domenica 15), circa 2300 pasti distribuiti, 150 le visite mediche gratuite ogni giorno erogate al Poliambulatorio di piazzale Velasquez grazie a medici volontari, infermieri e assistenti: questi i numeri. Importanti nomi dell’imprenditoria milanese sono tra i sostenitori dell’Opera, nata dall’intuizione di fra Cecilio e dalla generosità dell’imprenditore Emilio Grignani, che diede un’impronta di efficienza all’Opera, perché «il bene è necessario farlo bene per evitare che venga preso a calci dal male», osserva fra Marcello, che spiega così la sua visione della città, guidata dal filo rosso della vicinanza ai poveri: «Milano non ha ancora scisso l’intelligenza dal cuore. E il cuore è il luogo in cui si guarda alle situazioni con uno sguardo umano, uno sguardo d’amore. La Milano delle eccellenze può essere un luogo dove tutti ci salviamo, dove può esserci un po’ di benessere per tutti. È chiaro, chi ne merita di più è giusto che ne abbia di più. Ma fare in modo che nessuno debba morire nel degrado, o di freddo, questo Milano può permetterselo. È uno sguardo umano, francescano in cui possiamo riconoscerci tutti».

Da questa visione nascono i progetti che l’Opera ha già in cantiere. A partire dall’idea di un centro diurno, un luogo dove chi ha voglia di ripartire e riscattarsi trovi persone e percorsi che lo aiutino di nuovo a rimettersi in piedi. «Tanti dei nostri ospiti hanno ancora molte risorse da poter esprimere, e questo del resto sarebbe il frutto maturo di un percorso che va oltre il pasto caldo, la doccia e i vestiti – spiega il presidente – Non siamo certo i primi a Milano ad avere questa idea, c’è già chi lo fa, ma certo ce ne vorrebbero cinquanta, di questi luoghi». C’è anche un cantiere più pratico, che fra Marcello sente però con altrettanta urgenza: «Vogliamo ampliare le docce, e creare uno spazio per bagni pubblici decenti, belli. Perché in città, o entri in un bar e paghi due euro, oppure la pipì la devi fare per strada».

Restano due sogni: «Il primo è che il giorno di Natale, a mangiare nella nostra mensa, ci sia qualche persona in meno, sapendo che chi manca è ospite delle famiglie milanesi. Poi, anche se so che è un sogno quasi impossibile – sospira fra Marcello -, vorrei che per un periodo determinato, per i mesi più difficili, le famiglie potessero dire: ospitiamo noi chi altrimenti dormirebbe al freddo». Un sogno, una suggestione, forse. Come lo era probabilmente quello di fra Cecilio, che, arrivato a Milano nel 1910, quando avviò la mensa di corso Concordia aveva già più di 70 anni.

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