Si è svolto il 14 maggio a Milano il convegno per formatori ed educatori con interventi di Hans Zollner, membro della Commissione per la protezione dei minori; Anna Deodato, che segue persone abusate, e Alessandro Manenti, psicoterapeuta e direttore di “Tredimensioni”

di Luisa BOVE

Silvia Landra

La Diocesi di Milano torna a riflettere sugli abusi sessuali nella Chiesa. Lo ha fatto oggi con un convegno dal titolo “Formazione vocazionale e abusi… meglio prevenire!”, organizzato dal Centro per l’accompagnamento vocazionale di Milano, la rivista “Tredimensioni” (www.isfo.it) e l’Azione cattolica ambrosiana. Il “focus” questa volta era sulla prevenzione, non solo intesa dal punto di vista dell’informazione, ma anche del creare cultura all’interno delle istituzioni educative e di evangelizzazione. 
Una mattinata intensa cui hanno partecipato un’ottantina di persone tra responsabili del clero, dei religiosi e di congregazioni femminili, rettori di seminari lombardi e formatrici vocazionali, consacrate e religiosi impegnati nell’ambito del disagio, della pastorale giovanile e dei consultori, psichiatri e psicologi attivi sul fronte vocazionale. Tra il pubblico anche monsignor Paolo Martinelli, Vicario episcopale per la vita consacrata maschile della Diocesi; monsignor Michele Di Tolve, rettore del Seminario di Milano, e don Enrico Castagna, prorettore; don Samuele Marelli, direttore della Fom e responsabile del Servizio per i ragazzi, gli adolescenti e l’oratorio.  
Ad aprire i lavori e a moderare la mattinata, Silvia Landra, psichiatra e presidente dell’Azione cattolica ambrosiana, che ha segnalato la recente pubblicazione di due volumi sull’abuso: il libro testimonianza della giornalista e scrittrice Luisa Bove, “Giulia e il Lupo. Storia di un abuso nella Chiesa” (Àncora), e quasi un manuale di accompagnamento di Anna Deodato “Vorrei risorgere dalle mie ferite. Donne consacrate e abuso” (Edb). «Non dobbiamo dare per scontate alcune riflessioni sull’abuso, ma fare atti di umiltà continui», ha detto la moderatrice. Lo stesso convegno è l’occasione «per dare voce al trauma, a chi spesso non ha voce, non riesce a denunciare e sembra avere voce solo quando c’è l’emergenza o la notizia. Ma anche questa è una voce fugace».
La parola è quindi passata al gesuita Hans Zollner, presidente del Centre for Child protection (http://childprotection.unigre.it e http://ccpblog.unigre.it), preside dell’Istituto di psicologia della Pontificia Università Gregoriana e membro della Commissione per la protezione dei minori voluta da papa Francesco. Prima di entrare nel vivo della sua relazione, ha ammesso che la società italiana e la stessa Chiesa hanno difficoltà ad affrontare il tema dell’abuso per «indifferenza, diffidenza e resistenza». In alcuni Paesi dove si è preferito ignorare il problema, poi lo scandalo degli abusi «è arrivato come uno Tsunami», ma là dove invece si è lavorato sulla prevenzione, i risultati ci sono stati. 
Il relatore ha dichiarato che «gli abusi sessuali sui minori si verificano spesso, molto più spesso di quanto comunemente si pensi». In Italia, almeno quelli calcolati, sono 80 mila all’anno, di cui 8 mila a sfondo sessuale, per la maggior parte consumati in famiglia (70%) e il 3% in ambito ecclesiale e oratorio. In Europa i bambini abusati sarebbero addirittura 18 milioni.
Zollner si è quindi soffermato sulle modalità di prevenzione, sia nei confronti di potenziali abusatori sia di possibili vittime da tutelare. Nel primo caso allo scopo di evitare «che lo diventino», nel secondo per impedire che passino «da vittime potenziali a vittime effettive». Tuttavia, ha ammesso, «sono pochissime le istituzioni che si prendono cura della prevenzione dell’abusatore». 
Per Zollner «l’abuso sessuale sui minori (bambini e adolescenti) ferisce in profondità la loro fiducia, la loro sicurezza e il loro naturale sviluppo, nelle sue varie tappe». E ha insistito sull’importanza di «ridurre la possibilità di provocare ferite al corpo e all’anima, ma allo stesso tempo favorire modelli di relazione e contesti positivi».
La prevenzione, ha aggiunto, deve coinvolgere tante figure in ambito educativo: «Docenti, genitori, ragazzi, il personale della scuola…». Ma ha riconosciuto che oggi, forse per motivi culturali, si parla troppo poco di «sessualità, affetti e integrazione della persona». 
E affinché la prevenzione sia efficace occorre tenere presenti due aspetti: i contenuti («Che cosa bisogna sapere? Che informazioni dare nei programmi di prevenzione? Con che scopo?») e le strutture («Quali i metodi da usare? Quali gli aiuti istituzionali e personali da offrire?»).
«La Chiesa cattolica negli ultimi anni è stata criticata per la mancanza di chiarezza, coerenza e trasparenza nel trattare i casi degli abusatori e delle loro vittime». Ma a cominciare da Benedetto XVI e ora da papa Francesco l’intenzione è di affrontare il problema con decisione. L’affondo finale di Zollner lo ha confermato: «Occorre fare tutto quanto è in nostro potere perché vengano impediti gli abusi sessuali».
È toccato ad Anna Deodato, formatrice vocazionale, che svolge il suo servizio presso il “Centro per l’accompagnamento vocazionale” di Milano, parlare delle vittime e del loro percorso di riscatto. «Mi sento qui a nome di molte», ha esordito pensando alle persone abusate che segue da anni. «Accompagnare una donna vittima di abuso vuol dire combattere con il senso di morte per cercare insieme i segni di vita nascosti, ma presenti, e lentamente restituirle una possibilità di ripartire nella vita senza che l’abuso subìto la condanni a ripetizioni ingannevoli e dolorose».
Deodato ha poi aggiunto: «Ogni vittima invoca l’ascolto profondo che sappia sostenere la veridicità del suo dolore. La paura di non essere creduta è parte centrale dello snodo della fiducia. L’angoscia di essere di nuovo derisa o giudicata è terribile e pesa come un macigno». Dare credibilità alle vittime è il punto di partenza per consentire una rielaborazione e relazione terapeutica «capace di sostenere e promuovere il nuovo cammino». Ogni volta che Deodato accompagna vittime di violenza, «sopraffatte, umiliate e tradite», si domanda: «Si può trasformare il dolore? Ci sono vie di riscatto? Di liberazione? Come vincere il male con il bene?».
L’abuso, ha spiegato durante il convegno, «fa parte prima di tutto di una dinamica di potere, supremazia, dominio e subordinazione verso una o più persone che sono in una situazione di vulnerabilità esistenziale e dipendenza. Può essere per età, per circostanze di vita, per bisogni affettivi personali…». Per questo chi abusa «sceglie la vittima» e «si mette prima in sicurezza attraverso un sistematico gioco di potere nel quale la manipolazione affettiva e la riorganizzazione, acuta e perversa della realtà quotidiana della vittima, hanno un ruolo centrale». Questo fa capire che l’abuso sessuale «viene da lontano», quindi «è preparato e preceduto da un insieme di atti di abuso di potere».
La Chiesa allora «non può e non deve più restare lontana dal dramma di queste donne, di troppe donne che attendono una parola che le accompagni a ritrovare dignità e stima nel corpo della Chiesa». Ha detto Deodato. «Il dolore è trasformato quando nella vita della vittima si affaccia la speranza: questa è un’opera di giustizia e di pace». E ha concluso: «Sono convinta che, essere qui oggi, impegni tutti noi, individualmente e come corpo ecclesiale, a una revisione di vita e a un rinnovamento delle nostre coscienze».
E di coscienza ha parlato anche lo psicoterapeuta Alessandro Manenti. «Oggi sembra tutto tollerabile e manca un rinnovamento della coscienza di fronte a questi drammi». Ed è la stessa coscienza cristiana ad essere esposta. Poi ha quindi toccato il tema delle relazioni («Dio stesso si rivela a noi attraverso la relazione»), ma si domanda quale sia il rapporto che un prete abusatore ha verso il Signore. «Il prete pedofilo non cammina dietro al Signore, da discepolo, ma pretende di stargli davanti e in questo modo lo strumentalizza secondo le proprie propensioni e realizzazioni». Manenti si è quindi domandato: «Come tenere insieme i valori della fede e della vocazione con quelli della vita quotidiana?».
Difficile vedere segnali premonitori di un prete pedofilo. Tuttavia è importante di fronte a una vocazione, conoscere anche il percorso precedente che ha portato un giovane ad affacciarsi al sacerdozio. Occorre anche conoscere come si costituisce una personalità matura. Manenti ha quindi ricordato, a chi accompagna i giovani nei cammini vocazionali, di non dimenticare aspetti come «l’intimità, la sessualità e il potere». La stessa scelta vocazionale infatti rischia a volte di favorire atteggiamenti sbagliate o derive. Per questo il prete deve avere una vita ordinata, «secondo l’ordine del Vangelo». 
Il convegno di oggi ha solo fatto intuire quanto sia complesso e articolato il tema dell’abuso. Ma un primo confronto c’è stato e ora tocca a ognuno fare la propria parte, anzi «tutto il possibile», come ha ripetuto Zollner per impedire gli abusi e lavorare seriamente sulla prevenzione. 

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