La coraggiosa testimonianza di Suor Maria e delle sue due consorelle, unica presenza cristiana nella città di San Paolo. Accolte con paura 15 anni fa, oggi sono accettate dalla popolazione locale e sono anche riuscite a far riaprire - sia pure come museo - la chiesa intitolata all'Apostolo delle genti. L'Arcivescovo ai giovani preti pellegrini: «La sua conversione ci permette di capire cosa è in grado di compiere la grazia di Dio nella vita di un uomo»

Davide MILANI
Redazione

«Mamma li cristiani!». Butta gli occhi fuori dalle orbite, suor Maria di Meglio – 79 anni, originaria di Roma -, quasi per riprodurre la stessa espressione di terrore che le devono aver riservato come benvenuto 15 anni fa, quando è giunta qui a Tarso. Questa minuta suora – che dimostra vent’anni in meno di quelli che ha – insieme a due altre consorelle italiane costituisce l’unica presenza cattolica a Tarso, 220 mila abitanti, nel sud-est della Turchia, Paese ora a schiacciante maggioranza islamica. Impressiona pensarlo, visto che proprio da qui, venti secoli fa, è iniziata l’avventura umana di San Paolo, colui che ha portato il nome di Cristo per tutto il Mediterraneo.
«La qualità dell’esperienza spirituale di Paolo deve molto agli anni di Tarso, alla formazione che il futuro apostolo delle genti ha qui ricevuto»,�spiega monsignor Luigi Padovese, vicario apostolico dell’Anatolia, nella sua meditazione ai 100 sacerdoti pellegrini milanesi. Frutto della missione apostolica di Paolo è anche la fede di suor Maria e delle sue consorelle, giunte dall’Italia per riportare una presenza cristiana proprio laddove questo annuncio ha cominciato il suo viaggio. L’unico frutto presente a Tarso, verrebbe da dire.
«Noi qui non facciamo nulla», spiega suor Maria. E si capisce che non si sta schermendo. «Non facciamo opera di evangelizzazione, non teniamo incontri di preghiera, non realizziamo opere di carità. Non possiamo: è il patto che abbiamo sottoscritto pur di essere qui. Passiamo il nostro tempo in casa e preghiamo. Unica eccezione è l’accoglienza dei pellegrini cristiani a Tarso».
Appena giunsero qui, la gente del posto aveva paura di loro. Quando le vedevano, si dicevano l’un l’altro: «Mamma, li cristiani». Proprio così, in italiano. Nella mente si era sedimentato il terrore che i loro avi avevano narrato, ricordando gli effetti delle poco nobili ed eroiche gesta di altri cristiani: i Crociati, che da qui passavano per raggiungere la Terra Santa. «So che anche da voi a Milano è così, a parti invertite, con i musulmani -�chiosa suor Maria -. Ma adesso va meglio, non ci guardano più con terrore: hanno capito che grazie a noi qui arrivano tanti turisti e con loro tanti soldi».
Fu monsignor Ruggero Franceschini, ora arcivescovo a Ismir (Smirne), a volerle a Tarso. Non sopportava l’idea che la chiesa dedicata a San Paolo, costruita in età bizantina e sistemata dai Crociati, fosse adibita a deposito di legna. Sempre meglio della precedente destinazione, distretto militare: per buona parte del Novecento, infatti, le giovani reclute sostenevano in chiesa le visite mediche di idoneità. Con pazienza monsignor Franceschini è riuscito a ottenere dal governo turco il permesso di recuperare la chiesa ad alcune delle sue funzioni originarie. Via il legname e le insegne militari, una solenne ripulita e finalmente la riapertura. Il cartello che permette di raggiungerla percorrendo le tortuose vie che si snodano tra le povere case di Tarso la segnala come “Museo di Paolo di Tarso”. Il compromesso è meglio di nulla, ma anche monsignor Padovese sta muovendo mari e monti (il governo turco, le autorità italiane, quelle tedesche) per ottenere lo status di “luogo di culto” a quello che ora è usato come centro culturale.
Non fanno nulla, suor Maria e le sue consorelle, ma senza di loro ci sarebbero ancora la legna e le divise dei militari, dove ora pregano i 100 preti italiani con il loro Arcivescovo. «Ringraziamo papa Benedetto XVI per aver indetto l’Anno paolino. I pellegrinaggi si sono moltiplicati e queste presenze donano grande forza a noi cristiani di Turchia: ci permettono di mostrare come la fede in Gesù non sia – come qui appare – la fissazione di tre donne». Ora temono che, terminato l’Anno paolino, ritornino a rimanere qui da sole. «Speriamo di no – scongiura suor Maria -, ma anche se così fosse non fa nulla. La presenza di Cristo qui rimane comunque».
La presenza di Cristo, la grazia di Dio. Questo basta alle tre suore. Come ha spiegato il cardinale Tettamanzi nell’omelia della Messa qui concelebrata con i suoi preti: «L’evento della conversione di Paolo che ricordiamo qui a Tarso ci permette di capire che cosa è in grado di compiere la grazia di Dio nella vita di un uomo. Domandiamo che questo avvenga anche per noi». Tutti presi dalle mille iniziative pastorali, spirituali, sociali, ricreative che solitamente sostengono, i giovani sacerdoti milanesi rimangono colpiti dalla feconda “inutilità” della testimonianza di suor Maria.
Tettamanzi ringrazia suor Maria per questa sua coraggiosa presenza e la incoraggia a continuare. E senza schermirsi, la religiosa ribatte con orgoglio al Cardinale, visibilmente sorpreso dalla pubblica confidenza che sta per raccogliere: «Lei mi ha promosso con 30 e lode all’esame di Teologia morale, trent’anni fa a Milano». Che il mondo sia piccolo lo si capisce anche da un altro dettaglio. I turchi residenti nella zona entrano ed escono dalla chiesa di San Paolo per raggiungere il vicino bar, senza prestare attenzione a quanto si sta celebrando. A differenza della ventina di cattolici giapponesi qui in pellegrinaggio con il loro prete. Pregano con devozione e al termine della Messa si intrattengono con il cardinale Tettamanzi, molto noto anche da loro. Paolo avrà lasciato pochi frutti a Tarso, ma il messaggio del Vangelo che ha annunciato partendo da qui ha davvero raggiunto tutto il mondo.

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